Siamo cresciuti con l’idea che la carriera debba essere una linea retta impreziosita da titoli altisonanti all’interno di una singola azienda o Paese. Ma quando la vita ti porta ad affrontare grandi deviazioni — che si tratti dell’espatrio, della nascita dei figli o della consapevolezza che il vecchio vestito corporate ti va stretto — ti accorgi che quella linea retta si è spezzata.
Quando sono atterrata a Città del Messico, portando con me la mia storia, i miei libri e i miei anni di lavoro in ambienti aziendali mi sono trovata di fronte a una scelta: provare a rientrare a forza in un vecchio schema, o ingegnerizzare una nuova modalità d’impatto.
Durante i miei anni nella gestione dei processi e della Supply Chain, la mia mente si è allenata a fare una sola cosa: individuare l’essenziale, eliminare le inefficienze e costruire flussi capaci di resistere allo stress.
Quando ho iniziato ad affiancare donne e professioniste che stavano vivendo la mia stessa transizione, ho notato che ciò che mancava loro non era il talento, la determinazione o la preparazione.
Mancava un sistema di traduzione.
Le professioniste in transizione soffrono quasi sempre di due grandi sindromi:
– La Sindrome da Azzeramento: La falsa convinzione che, cambiando Paese o lasciando l’azienda, le proprie competenze passate non valgano più nulla.
– La Paralisi da Dispersione: L’assenza di confini protetti (Time Blocking), che porta l’energia della persona a essere prosciugata dalle urgenze altrui, dai sensi di colpa genitoriali o dall’ansia di dover dimostrare costantemente il proprio valore.
È lì che ho capito che l’approccio ingegneristico poteva diventare lo scudo e la guida per la loro rinascita professionale.
Prossimo articolo ti fornirò maggiori dettagli.
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