Come ho già anticipato nei precedenti articoli, il libro “I Prematuri” è nato dalla prima esperienza vissuta sulla mia pelle nell’aver messo al mondo un neonato nato prima del termine previsto. E la realtà non è come il libro..qualche sfumatura diversa ce l’ha!
Questo articolo non vuole essere uno strumento medico o scientifico, ma vuole soltanto raccontare l’esperienza di una madre che ha vissuto, sulla sua pelle, l’aspetto della prematurità dei suoi cuccioli, con l’obiettivo di poter confortare altre mamme che stanno attraversando (o attraverseranno) il medesimo percorso. Non è un momento facile, ma vi assicuro che prima o poi finisce e si torna presto a casa a sorridere.
Ho avuto tutti e tre parti pretermine ma quello più prematuro è stato il primo. La mia primogenita, infatti, è nata alla 32’ settimana di gravidanza, appena concluso il settimo mese, in procinto di iniziare ad affrontare l’ottavo, importante per la conclusione dello sviluppo di alcuni organi, come i polmoni, oltre all’acquisizione di maggior peso.
È stato un parto improvviso e fulmineo, poco doloroso sinceramente o comunque per me sopportabile, che ha spiazzato tutti quanti.
I medici mi hanno subito detto che non si trattava di una prematurità grave, forse per rassicurarmi, ma è pur sempre stata una nascita pretermine con alcune conseguenze fisiche ed emotive che si sono abbattute sia sulla piccola sia su noi genitori.
Come la protagonista del romanzo, anche nostra figlia è stata ospitata nel reparto di terapia intensiva (TIN) di un ospedale diverso da quello in cui era nata per carenza di incubatrici (a noi hanno avvertito, tranquilli!).
È stata dura non averla vicino a me i primi due giorni di vita, dato che io ero rimasta ricoverata nella struttura dov’avevo partorito. Non potevo vederla né sentirla. Non sapevo come stava reagendo o chiedere ai medici informazioni. Era come se qualcuno mi avesse strappato un pezzo del mio corpo e mi avesse anestetizzato. Per fortuna, mio marito faceva avanti e indietro tra di noi e mi aggiornava sulla situazione, ma a me non bastava. La volevo vedere.
In quei giorni, la piccola ha dovuto sopportare diversi fastidi e piccoli interventi di routine, come una trasfusione di sangue, vari prelievi e l’inserimento di canule e flebo, oltre ai soliti accertamenti. Aveva delle piccole ulcere interne lo stomaco che le sanguinavano e faticava a digerire e respirare in piena autonomia.
Sono stati momenti molto intensi. Una volta che mi hanno dimessa, ricordo ancora bene l’ansia che mi gelava il sangue quando suonavo il campanello di quel TIN e incrociavo lo sguardo dei medici e infermieri, appena varcata la soglia. Temevo mi dovessero sempre dire qualcosa di brutto. Anche i pianti che mi facevo quando rientravo a casa, per buttare fuori tutta l’ansia e la paura che mi si erano accumulate addosso sono difficili da rimuovere. Alcune volte, era insopportabile non averla con me a casa e dover vivere tutte quelle emozioni.
Sebbene non lo percepissi fino in fondo, ero stanca. Non avevo avuto il tempo di riprendermi e metabolizzare cosa stesse accadendo ma non potevo mollare o fermarmi. Non ero più sola e mia figlia aveva bisogno di me.
E poi i miglioramenti ci sono stati. Un poco alla volta. Perché a seguito di ogni tempesta, ritorna sempre il sole.
Dopo la prima settimana più intensa quasi sempre chiusa dentro l’incubatrice, siamo riusciti a tenerla in braccio e ho potuto allattarla. Era bello sentire il suo corpo caldo contro il mio ed è lì che abbiamo iniziato a conoscerci. Una sensazione difficile da spiegare. Forse perché unica e magica. Eravamo solo io e lei. Mamma e figlia che si guardavano, due sconosciute legate dal più potente e indissolubile vincolo d’amore che esiste in natura.
Abbiamo avuto il tempo di scrutarci così per un’altra settimana, la terza e ultima in ospedale, prima di poter costruire la nostra privata quotidianità a casa. Detto così, tre settimane sembrano poche ma mentre le vivi non lo sono affatto. E chi le ha provate sa cosa intendo.
Non è una colpa se questi eventi accadono e penso che le mamme che affrontano momenti delicati alla nascita dei loro cuccioli siano speciali. Non più brave o esperte delle altre, ma più tenaci perché si fortificano prima e imparano a conoscere fin da subito le sfumature difficili della maternità.
Un consiglio per chi sta passando un momento così delicato? Fatevi aiutare se ne avete bisogno e non vergognatevi dei vostri sentimenti. Sfogatevi e liberatevi dai brutti pensieri.
Tutto finisce alla fine e le paure e ansie si trasformano in gioie e soddisfazioni. Davvero! Io nonostante quest’esperienza, non mi sono lasciata prendere dallo sconforto e ho avuto altri due cuccioli, nati anche loro prima ma alla 34’. Sembravano dei giganti in confronto alla sorellona e la gestione dei loro primi giorni di vita è stata sicuramente meno traumatica e stressante.
Bisogna sempre tener duro e non mollare mai. Giorno dopo giorno. E non dimenticate che la forza di ognuna di noi risiede proprio nella sua stessa fragilità.


4 risposte a “Dietro le quinte: la realtà dei prematuri”
Ho vissuto personalmente le tue drammatiche esperienze non augurabili a nessuno, se hai idee, libri, o notizie da divulgare se serie e veritiere verranno accolte con piacere.
Un saluto Wu Otto
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Eh si..sono esperienze davvero forti !! Spero che la tua sia ora conclusa e vada tutto bene.
Il mio primo libro “I Prematuri” inizia proprio raccontando questo evento..non è autobiografico ma i primi capitoli trattano questo aspetto che ho vissuto “romanzandolo”. Poi la trama prende una piega più thriller completamente guidata dalla mia fantasia!!!
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Grazie Erica prova a dare un occhiata al blog 2010 fuga da polis di Albert1 cisono molti scrittori
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Grazie mille per il suggerimento!😉😃
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