Avvento – Teacher parte IV

CAPITOLO TERZO

20 Luglio 2018

Quel giorno aveva deciso di piovere. Finalmente! Eravamo tutti stanchi di quell’afa e umidità che avevamo preso in prestito da chissà quale Paese dell’emisfero australe. Più che felici di restituirle in fretta.
Le gocce di pioggia iniziarono a rimbalzare sul vetro intorno alle sei del mattino. Mi svegliai presto, con il loro arrivo rumoroso.
Quella mattina non avevo concordato nessuna lezione. Mi presi così del tempo per me e Churchill.
Per la prima volta dopo tanti anni feci colazione a letto. Vivevo da sola, non dovevo dar conto a nessuno eppure trasgredivo pochissimo alle sane regole casa- linghe che mi aveva inculcato con tanta severità mia madre. Non gliene potevo fare una colpa: come me, anche lei aveva avuto una madre molto rigida e seria che aveva lasciato poco posto a spensieratezza e allegria. Mi ricordavo ancora con ansia i rientri a Londra e le visite obbligatorie che dovevamo fare a nonna Becky. Per fortuna, dal lato paterno il clima era stato

decisamente più confidenziale e amichevole. Nemmeno per l’ora di pranzo mi sentii più attiva; non riuscivo nemmeno a trovare la voglia per cucinare. Uscii un attimo a comprare qualcosa di pronto al Waitrose vicino casa. Colpa del brutto tempo grigio

che aveva rallentato i miei movimenti e le mie forze. Quella volta mangiai seduta a tavola. Non osavo comportarmi male nuovamente; sentivo già lo sguardo severo di mia madre dall’aldilà.
Le due arrivarono con molta lentezza. Quando l’orologio della campana a pochi passi da casa mia suonò l’ora, mi trovavo pronta sul divano, occhiali inforcati sul naso e pinza marrone dietro la testa a domare la mia grigia chioma selvaggia. Nonostante l’età e gli usi comuni, non avevo ancora voluto tagliarmi i capelli corti. Adoravo il mio lungo riccio. Era una delle poche cose in me che mi era sempre piaciuta. Anche durante la fase adolescenziale del malcontento.

Aspettai. Ana non mi chiamava.

Verso le due e dieci ci pensai io. Premetti il pulsante della chiamata e appoggiai la schiena al divano in at- tesa di veder sbucare il volto allegro della mia studentessa brasiliana.

Ma non accadde nulla. Il computer continuava a suonare. Nessuna risposta.

Che strano, pensai.

Ana era una persona molto puntuale; le poche volte in cui aveva ritardato di qualche minuto mi aveva sempre avvisata in anticipo con un messaggio. Di solito era lei a chiamarmi.

Riprovai. La videochiamata suonò di nuovo a vuoto.

Poteva capitare un ritardo, certo. A tutti capitava. Ma avevo una brutta sensazione a riguardo che mi sta- va facendo agitare. Sentivo che c’era qualcosa di sbagliato. Di pericoloso.

Ripensai alle sue parole dell’ultima lezione. “Devo farlo. Devo andarci di persona. Stai tranquilla, non succederà nulla.”

Eppure, lei in quel momento non stava risponden- do. Possibile che fosse successo davvero qualcosa di grave?

Le avevo detto di non andarci. Ma lei era sembrata così sicura di quello che stava facendo, così tranquilla, che aveva tranquillizzato anche me. In fondo, chi delle due conosceva meglio Rio e i suoi abitanti? Di sicuro non io che non avevo mai appoggiato un piede sul suolo brasiliano, mentre lei ci era nata e cresciuta. «Dai, Ana! Rispondi.»
Nulla. Non persi altro tempo. Provai a chiamarla sul cellulare. Erano passati solo pochi minuti dal nostro appuntamento ma ero in ansia. Troppo.

Stringevo talmente forte il cellulare tra le mani che mi lasciai dei segni profondi con le unghie sulla guancia.

Partì subito la segreteria. Una voce calda e musicale mi comunicava che il cellulare dell’utente era spento o momentaneamente irraggiungibile. Non capii bene, non conoscevo il portoghese.

Il cuore iniziò a battere più forte.

Come se avesse capito la situazione, Churchill salì sul divano accanto a me e mi guardò con curiosità e preoccupazione. Anche lui voleva sapere dove fosse finita Ana.

Non ero una donna apprensiva. Non mi agitavo per poco. Non ero nemmeno abituata a farlo. Però avevo un ottimo sesto senso che difficilmente sbagliava. E in quel momento mi stava facendo pensare al peggio.

Non sapevo cosa fare. Non avevo altri mezzi per contattarla. Non conoscevo nessuno che abitasse a Rio per poter chiedere aiuto.

«E ora cosa faccio?»

L’avevo detto ad alta voce guardando il mio fedele coinquilino a quattro zampe, ma in realtà non mi sta- vo rivolgendo a nessun altro se non a me stessa. La mia voce, strozzata e di un’ottava più alta del norma- le, mi fece rendere conto di quanto fossi spaventata. Cercai di scacciare tutte le immagini di pericolo che stavano prendendo forma nella mia mente. Dovevo essere lucida. Non potevo cedere anche io. Non in quel momento.

Era solo una studentessa. Poco più di una conoscente. Ci parlavamo da poche settimane. Non potevo definirla un’amica. Eppure mi sentivo molto legata a lei. Più di quanto non mi sentissi con persone che conoscevo da una vita.

Non potevo fare finta di niente. Non faceva parte della mia personalità. Avrei aspettato qualche ora per ricevere sue notizie. Magari un giorno. Non di più.

Ero già sicura che non mi avrebbe risposto. Ero sicura che avesse bisogno di me.

Di colpo mi venne in mente una cosa, o meglio, un posto. Cidade de Deus.

L’avevo visto solo di sfuggita tra le immagini del web. Non sapevo dove si trovasse esattamente né come fosse fatto. Ma sapevo cosa dovevo fare.

Un brivido di paura e adrenalina mi percorse la schiena come ai vecchi tempi. Era da tanto che non lo sentivo. Pensavo che non l’avrei mai più provato in vita mia. Eppure eccolo lì. Era uscito allo scoperto sen- za avvisaglie.

Fu un attimo. Un istante infinitesimale, ciononostante lo percepii. Mi sentii di colpo di nuovo giovane. Provai quasi piacere nel riviverlo.

Quella volta guardai Churchill con uno sguardo di- verso. Serio. Sicuro. Deciso.

Non avevo alternative. Dovevo andare.

Mi fiondai a cercare il primo volo disponibile per Rio. Ce n’erano molti, ma quello più comodo sarebbe partito di lì a due giorni alle 10:25 di mattina e, dopo un breve scalo ad Amsterdam di qualche ora, mi avrebbe portata diretta a Rio, atterrando poco prima delle dieci di sera, ora locale.

Un bel viaggio di quindici ore per arrivare dall’altra parte dell’oceano. Dall’altra parte dell’emisfero e del mio mondo.
Guardai il prezzo: seicentocinquantanove pound.

Un prezzo nella media per il periodo scelto. Con qualche centinaio di pound in più trovai un’offerta per un pacchetto volo e hotel di qualche notte; sembrava un ottimo compromesso e la struttura alberghiera era lus- suosa, con ottime recensioni. Almeno per i primi giorni non mi sarei dovuta preoccupare di dove dormire.

Prima di premere il tasto PRENOTA mi fermai. Mille domande mi rimbombarono in testa facendomi ve- nire dubbi e ripensamenti. Mi chiesi se stessi facendo la cosa giusta o se tutta quell’idea fosse una pazzia. Stavo forse cercando una scusa per ripartire? Per trovare il coraggio di posare il mio bel sedere sul sedile di un aereo dopo tutti quegli anni?

Riflettei. Mi stavo comportando da vecchia impicciona. Magari Ana non si era potuta collegare per mo- tivi personali e presto mi avrebbe dato una spiegazione, scusandosi per l’equivoco.

Tutto è possibile, mi rimproverai da sola.

Il dito era ancora appoggiato sul mouse in attesa di capire se concludere l’operazione oppure no.

Avrei potuto pensare a mille cose e i dubbi non mi avrebbero lasciata tanto facilmente, ma, in cuor mio, sa- pevo cosa dovevo fare. L’istinto me l’aveva detto subito.

Per sentirmi meno in colpa guardai l’agenda delle prossime lezioni. Togliendo Ana, per la settimana che veniva non avevo molti studenti. Essendo estate per la maggioranza, tanti erano partiti per le vacanze. Calco- lai se con il fuso sarei riuscita a farle lo stesso. Ero fortunata; le incastravo tutte tranne le due ore con Makiko, ma sarei riuscita a spostarle tranquillamente. Anche gli altri lavori che facevo come traduttrice e preparatrice di esami non mi avrebbero creato problemi; li avrei potuti ultimare anche in aereo.
Non avevo più scuse che mi fermavano. Nessun ramo a cui aggrapparmi per rimanere al mio posto. Ormai la miccia dell’avventura si era accesa; era rimasta troppo a lungo spenta e ora si rifiutava di estinguersi per così poco.
Le paure e le ansie che mi avevano accerchiata negli

ultimi anni appena avevo pensato di partire si stava- no volatilizzando, lasciando il posto all’adrenalina e all’eccitazione.

«Clicco?»

Guardai Churchill negli occhi. Cercai in lui la rispo- sta. Mi immaginai che mi parlasse e mi dicesse di seguire il mio istinto.

Lo devo seguire davvero?

Non avevo mai sbagliato quando l’avevo fatto. Mai. Mi aveva portata a scoprire il mondo. Mi aveva por- tata a trovare me stessa. Ad amare Peter. A trovare il lavoro adatto a me che adoravo e mi completava. A vivere felice.

Mi decisi. Senza pensarci più, cliccai sull’icona per concludere l’operazione. Pochi istanti di clessidra e mi apparve sul pc il messaggio di ringraziamento della compagnia aerea e, sul telefonino che si era appena illuminato, il messaggio della banca con i soldi appena prelevati dal mio conto.

Mi stiracchiai, allungando le braccia in alto dietro la testa. Sbarrai gli occhi e sospirai forte ad alta voce.

L’avevo fatto. L’avevo fatto realmente. In due giorni sarei partita per il Brasile.

«Wow,» riuscii solamente a dire e pensare.

Rimasi per un po’ a fissare lo schermo davanti a me, anche se la mia testa era già a diverse migliaia di distanza.

Ma cosa mi sta succedendo?

Sorrisi tra me e me per ciò che avevo appena fatto. Ma non ero pentita, ero felice.

Erano anni che non mi lasciavo più tentare da un viaggio, sebbene viaggiare fosse stata la trama della mia vita per tutta l’infanzia e la giovinezza.

Ana era stata una scusa. La goccia che aveva fat- to esplodere il mio equilibrio. Il motivo che mi aveva riportata a essere quello che ero sempre stata. La casualità che aveva fatto riemergere l’ovvietà rimasta sopita da anni. Era proprio vero che la vita era un’avventura misteriosa e che non sapevi mai dove ti avrebbe portato; quando pensavi di poterla control- lare, tutto veniva ribaltato e capivi che era sempre stata lei a controllare te.

Dovevo alzarmi a prepararmi. Avrei dovuto sistemare diverse cose prima della partenza, così che tutto fosse stato in ordine al mio arrivo.

«E quando torno?»

Per un attimo non avevo minimamente pensato che ci sarebbe stato anche un ritorno. Non ero mai stata abituata a pensare al ritorno quando partivo. Mi avrebbe impedito di gustarmi fino in fondo il viaggio.

Mi rituffai a sbirciare i voli da Rio verso Londra sul sito della compagnia aerea. Ce n’erano diversi le setti- mane dopo e tutti a un prezzo simile a quello che ave- vo pagato. Mi rassicurai. Ma non prenotai nulla. Avrei capito quando rientrare una volta arrivata là.

Fui tentata di tergiversare e occupare l’intero pomeriggio a curiosare tra le notizie del web su Rio, ma mi spronai ad alzarmi subito e andarmi a preparare. Volevo viaggiare leggera e ciò comportava un’accurata organizzazione.

Churchill salì sulla scrivania e si posizionò sopra il pc che avevo appena appoggiato lì. Era il suo modo per sgridarmi per non averlo guardato troppo.

«Hai ragione piccolo, ma adesso devo andare a pre- parare la valigia. Vuoi venire con me?»

Lo guardai dritto negli occhi mentre gli accarezzavo la testa. Emise un piccolo suono. Apprezzava sempre le coccole.

«Mi mancherai, piccolo Church. Per un po’ ti lascerò a controllare la casa tutto da solo. Devi fare il bravo.»

Non era un problema per lui. Adorava stare a casa. Anche da solo. Avrei chiesto a Ruth di passare a dar- gli da mangiare due volte al giorno. Ci scambiavamo sempre favori di quel genere. Eravamo due ottime vi- cine, due signore vedove che si tenevano compagnia nelle serate più malinconiche e si aiutavano nei mo- menti del bisogno senza essere mai invadenti negli af- fari l’una dell’altra.

«E io ti mancherò, piccolino?»

Per tutta risposta, Churchill fece un miagolio e, con un balzo nemmeno troppo aggraziato, raggiunse il posto del divano che avevo appena liberato. Si adagiò con calma per trovare la giusta posizione e, come una grossa ciambella pelosa, si addormentò su se stesso.

No. Di sicuro non gli sarei mancata molto.

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