Quel pomeriggio decisi di andare a correre al parco. Non mi ero ancora tolta dalla testa la possibilità di ampliare le mie amicizie. Ora che ne avevo assaporato una fetta, volevo avere tutta la torta per me. Non ci ero mai stata prima, ma sapevo che poteva essere un modo per incontrare e vedere gente nuova. A dirla tutta avevo fatto fare a F5 una ricerca per capire il modo più semplice e veloce per farsi dei nuovi amici, e in uno degli articoli che lei aveva trovato era suggerito di stare all’aria aperta e fare attività di gruppo. Certo, l’estratto proveniva dagli archivi storici, ma non mi costava nulla verificare che fosse fondato. Nella Capitale esisteva un solo parco, gli altri erano stati sostituiti da edifici lavorativi o abitativi. Non potevo sbagliare.
Il Green era enorme. Vi erano stati piantati tutti i tipi di piante e fiori sopravvissuti, perché fossero conservati e studiati. Non ci ero ancora mai stata di persona, l’avevo visto solo in video. Negli ultimi tempi mi rendevo conto di quanto poco conoscessi la mia città, nonostante fosse una delle più importanti del pianeta. Sapevo che una volta si chiamava Londra e che era un decimo della dimensione attuale. Completamente diversa, non solo per quanto riguardava i confini. Era piena di case e maestosi edifici storici in cui le persone lavoravano e vivevano. C’erano anche moltissimi parchi per rilassarsi e praticare sport, mercati a cielo aperto, strade grandi e piccole, alcune addirittura alberate, e ponti sospesi su dei corsi d’acqua. Era una città multietnica, molto più colorata della sua versione odierna. Sicuramente disor- dinata, inquinata… ma viva. Ora si chiamava semplicemente Tre e aveva perso ogni sfaccettatura del suo passato.
«Perché vuoi andarci di persona?» chiese F5 quando le comunicai le mie intenzioni. «Non posso ologrammarti o farti vedere il posto? Non cambierebbe niente. Puoi correre comunque.»
Non poteva immaginare il vero motivo per cui lo desideravo.
«Ma sì, cosa vuoi che succeda. È una bella giornata, ci saranno senz’altro dozzine di altre persone e robot, non sarà pericoloso. Faremo attività fisica all’aria aperta, come si fa- ceva nel passato. Pensa che una volta ci andavano pure con degli animali.»
«Ellie ma adesso nessuno si comporta più in questo modo. Se davvero ci tieni, ti faccio fare un tour virtuale del posto, almeno non sprechiamo tempo.»
«Oggi non ho niente da fare e voglio andare al Green. Il tour virtuale non è esaustivo e poi voglio capire come si comportano le altre persone quando escono di casa. Hai preso i biglietti del maglevC?» Questa volta volevo fare di testa mia. Mi sentivo come una bambina al suo primo giorno di scuola, eccitata e felice.
«Sì, certo.»
«Andiamo, allora.» E mi avviai verso la porta dell’ascen- sore prima che F5 potesse aggiungere altro.
Scendemmo alla reception per prendere il secondo ascensore che portava all’ultimo piano, il centottantesimo. Una volta lì prendemmo il passaggio che metteva in comunicazione l’edificio alle fermate dei maglev.
Il tunnel era completamente chiuso, senza finestre, con pareti rivestite di un materiale nero lucido che brillava al nostro passaggio.
Non c’era la possibilità di vedere l’esterno, ma i neon a terra e sul soffitto sparavano una luce abbagliante che sop- periva alla mancanza di illuminazione naturale.
Sapevo che esistevano ancora dei vecchi tunnel con le pareti vetrate per consentire alla debole luce del giorno di penetrare, ma oramai erano pochissimi e poco frequentati. In quello che stavamo percorrendo noi, invece, c’erano numerose persone che camminavano freneticamente insieme ai loro robot, uscendo ed entrando dalle fermate e confondendosi nella mischia senza mai guardarsi negli occhi.
Le file, in entrambi i sensi, erano ordinate e nessuno pur smaniando di fare in fretta, osava rompere le righe per pas- sare avanti.
Mi inserii nel flusso che portava alla mia fermata.
Evitai di rivolgermi a F5, per concentrarmi sulle persone che avevo attorno. Mi rendevo conto che anch’io, come loro, quando uscivo non badavo mai a chi mi passava accanto, concentrandomi a testa bassa sulla strada o a scambiare due parole col mio robot.
Poteva anche esserci mia madre a pochi passi da me, e io non l’avrei nemmeno vista.
Ma quel giorno mi ero data un compito. Volevo impegnarmi ad aprirmi a nuove prospettive. Non potevo com- portarmi come sempre. O come gli altri.
Mi guardai intorno sorridendo, cercando di catturare qualche sguardo e viso amico, ma nessuno mi prestò attenzione, né rivolse gli occhi verso di me. Fui sballottata dalle persone fino al maglevC, dove sedetti al mio posto, il numero otto, senza che nessuno ricambiasse il mio sorriso.
“Poco male,” pensai, “questo non è il posto giusto per iniziare un contatto umano. Al parco andrà meglio.”
Montai in silenzio sulla monocapsula che avevo prenotato e sprofondai nella comoda poltrona in ecopelle. F5 si posizionò in piedi accanto a me. I maglev consistevano di una trentina di capsule, ciascuna della grandezza necessaria a ospitare soltanto una persona. Non avrebbe avuto senso costruirle più grandi, perché chi si spostava all’interno della città lo faceva da solo o in compagnia del proprio robot. Il servizio continuo garantiva in ogni caso che i mezzi non fossero mai del tutto pieni.
Una volta chiuse le porte, un computer mi scansionò la retina e una voce mi diede il benvenuto a bordo. Pochi secondi dopo il maglev si mise in moto.
«Non credevo di vedere così tante persone alla stazione. Ero convinta che quasi tutti lavorassero via ologramma.»
«No, Ellie. Alcune mansioni necessitano ancora della presenza fisica, soprattutto quelle manuali o dove è necessa- ria una supervisione umana.”
Ne fui felice, ciò voleva dire che anche il parco sarebbe stato affollato.
Ventitré minuti dopo l’altoparlante annunciò che ero arrivata a destinazione, augurandomi una buona permanenza. Saltai dalla cabina e corsi verso l’ascensore che scendeva fino alla strada, con F5 sempre al mio fianco. Ciò che vidi quando si aprirono le porte mi mozzò il respiro. Fu come aver indossato un paio di occhiali dalle lenti colorate: il grigio opaco a cui ero abituata era sparito, sostituito da un’immensa distesa di prato verde.
Il parco sembrava finto. Era completamente recintato e incapsulato in un’enorme teca di vetro per mantenere constanti i livelli di temperatura e regolare l’umidità e le piogge. «Che… strano,» riuscii solamente a dire, fissando tutto quel colore.
Varcai l’ingresso quasi timorosa, e cominciai a passeggiare guardandomi continuamente intorno per non perdermi un solo dettaglio di ciò che mi circondava. Mi sentivo fuori luogo in mezzo a quegli alberi e piante così amorevolmente conservati, quasi un’intrusa, come se a quella natura io non vi appartenessi.
Non c’erano strade, ma solo stretti sentieri ricavati nel terreno ruvido e irregolare, delimitati ai bordi da sassolini e rocce. All’inizio fu strano camminare sul suolo nudo. Il ter- reno disconnesso rendeva faticosi i movimenti. Ma presto mi abituai, non era poi così male, e cominciai a correre in modo regolare. Fu per pochi minuti, comunque. Ero troppo distratta da ciò che mi circondava per concentrarmi sull’allenamento e per lo sforzo mi venne subito il fiatone. Ripresi allora a godermi la passeggiata, imboccando un sentiero che conduceva a una collinetta poco distante. Gli alberi, con le loro lunghe braccia ossute, parevano chinarsi al mio passaggio per darmi il benvenuto e le foglie mi salutavano agitandosi nel vento. Notai che le piante non erano tutte uguali: ognuna di loro aveva forma e dimensione diverse e anche il colore delle foglie, seppure tutte tendessero al verde, non era lo stesso.
“Incredibile.”
Continuavo a non credere ai miei occhi di essere lì e vive- re in prima persona quell’esperienza. Anche l’aria che respiravo era diversa. Più pesante e fredda.
Presi un sentiero in mezzo a un campo che portava sopra una piccola collinetta per vedere cosa ci fosse dall’altra parte. In cima, feci un giro su me stessa per ammirare dall’alto l’intera distesa verde. Era tutto così strano, naturale e… vivo. Non mi venne in mente altro modo per definire quanto avevo intorno. Fu solo quando mi ricordai della presenza di F5, che mi resi conto che qualcosa non andava. Strizzai gli occhi per scrutare gli angoli più lontani e nascosti e cercare la pre- senza di altre persone. Posai gli occhi in ogni direzione. Per assurdo guardai anche in alto.
«E dove sono tutti? Non c’è nessuno, qui.» Alzai le brac- cia sconsolata. «No, aspetta!» Indicai una macchia nera in movimento in un punto lontano sotto di noi.
«Non è una persona, Ellie, ma un robot che filma,» disse F5.
Non ci potevo credere.
«Quindi siamo solo noi?» le domandai allibita.
F5 eseguì una breve scansione termica dell’area e annuì. «Ellie, ho provato a dirtelo, ma non mi hai ascoltata.
Nessuno frequenta più i parchi per passeggiare, correre o studiare. I bambini fanno attività sportiva via ologramma, i ragazzi studiano comodamente a casa. Il Green è soltanto un museo, una banca dati naturale. È grazie allo studio delle forme vegetali del passato se siamo stati in grado di ripristinare i livelli d’ossigeno necessari all’esistenza umana.»
«Ma quell’articolo diceva che i parchi sono un ottimo posto per socializzare…» protestai debolmente. Cominciavo a sentirmi stupida a essermi trascinata fino a lì per nulla.
«Ellie, quelle informazioni risalivano al 1994, ormai più di un secolo fa.»
Mi venne da piangere. Era chiaro che non c’era modo di conoscere altre persone. Mi sentivo una sciocca, umiliata dalle mie stesse idee e mi vergognavo per la leggerezza con cui avevo valutato la situazione. Sembrava impossibile conoscere spontaneamente altre persone, sebbene fossimo solo circondati da robot, mezzi di supporto e infinite informazioni a disposizione.
«Dannato Palmer e la sua stupida mindfulness,» dissi a denti stretti. Era chiaro che erano tutte fesserie, e io ci ero cascata in pieno.
«Torniamo a casa?» domandò F5.
«Sì, torniamo a casa,» e mi incamminai in silenzio, lasciandomi per sempre il verde alle spalle.
A Mitch non dissi nulla di quella stupida avventura. Mi sentivo in imbarazzo. Quel giorno tornai a casa e non volli parlargli, nonostante mi avesse contattata più volte. Quando provò a ologrammarsi, gli negai l’accesso e F5 inviò un messaggio di scuse dicendo che mi sentivo poco bene. Ci rivedemmo soltanto nel fine settimana. Per tirarmi su il morale mi ero comprata dei vestiti nuovi utilizzando alcuni crediti eccedenti che non avevo ancora sfruttato. Non ero una a cui piaceva spendere, e non acquistavo quasi mai nulla. In effetti l’idea era venuta a F5, quando aveva notato che i miei indumenti di sempre si erano consumati a furia dei continui lavaggi. Così avevo caricato il mio avatar optando per un abbigliamento casual e che non costasse troppo: due magliette a maniche corte, una felpa, dei pantaloni e un vestito leggero per l’estate ormai in arrivo. Dopo poche ore, mi fu consegnato tutto direttamente a casa.
Indossavo proprio i pantaloni e la felpa nuovi, quando Mitch venne a trovarmi. Sembrò sinceramente impressionato e mi fece i complimenti. Non ci eravamo mai giudicati per l’aspetto fisico né detti qualcosa di piacevole sul nostro look, ma i suoi apprezzamenti mi fecero molto piacere. Non li ricambiai perché di fatto non lo ritenevo bello, nonostante nei modi fosse un ragazzo eccezionale. Non mancava mai di portarmi un regalo quando ci vedevamo, un fiore o un piccolo dolce. «Il mio brutto cavaliere,» scherzavo con F5 riferendomi a lui. Sapevo comunque che quelle attenzioni da parte sua erano semplici gesti di amicizia e che tra noi non c’era altro.
Ecco perché fui sorpresa quando quel giorno, parlando di cosa avremmo fatto durante le vacanze estive, mi disse: «Ti va di fare il giro del Mondo insieme a me?»
«Vuoi viaggiare intorno al Mondo?» Alzai un po’ la voce per lo stupore e mi sistemai meglio sul letto per guardarlo negli occhi. «In realtà non avevo ancora pensato a nulla. Do- vrei programmare F5, farmi consigliare qualcosa da vedere e decidere.»
«Io intendevo soltanto noi, senza robot. Sarebbe da pazzi, non è vero?»
Lo guardai sbigottita. Restammo in silenzio per qualche secondo, poi scoppiammo a ridere.
Mitch si riprese subito. «Scusami, mi sono fatto prendere dall’entusiasmo. Ma pensaci su, comunque. Naturalmente useremmo gli F5.» Quindi mi sorrise e mi salutò con un bacio sulla guancia prima di scomparire in ascensore.
Dopo che andò via, restai a rimuginare per tutto il pomeriggio. Non era tanto la proposta di viaggiare insieme a lui che mi aveva sconvolta, ma il fatto di dover fare qualcosa senza il mio robot. Non avevo mai azzardato un’ipotesi del genere in tutta la vita, eppure adesso più ci pensavo, più non capivo perché non ci avessi mai provato. Le parole mi vennero da sole quando fu l’ora di andare in palestra.
«F5, stasera vado da sola. Aspettami pure per cena.»
«Ma, Ellie, come farai a misurarti i parametri fisiologici mentre corri? A impostare l’allenamento, a controllare l’orario? E se ci fosse un’emergenza, come farai a chiamare i soccorsi?»
Mi stava mettendo ansia. Naturalmente ero già pentita, ma ormai l’avevo detto e non volevo tornare indietro.
Uscii di casa da sola, e fu una brutta sensazione. Come se fossi nuda. Percorrendo la strada che facevo abitualmente insieme al mio robot, sentivo il cuore battere forte. Sembrava tutto così minaccioso, soprattutto quando incrociavo un’altra persona. Ma nessuno mi degnò di uno sguardo, e la cosa per una volta mi fece piacere. Per il resto non successe nulla di insolito, e arrivai in palestra senza problemi.
Il G9 alla reception mi salutò come sempre.
«Buonasera, Ellie, e benvenuta. Hai avuto problemi con il tuo F5? Possiamo fornirti uno dei nostri modelli per l’allenamento. Sono meno evoluti del tuo, ma svolgono perfettamente il loro lavoro.»
Declinai l’offerta e mi avviai velocemente negli spogliatoi prima che mi facesse altre domande. L’unica ragazza pre- sente era seduta su una panca e si allacciava le scarpe. Non alzò nemmeno lo sguardo quando mi sentì entrare.
Scelsi un armadietto vicino a lei e lo aprii con l’impron- ta digitale, sistemando la mia roba molto lentamente. Per quanto mi sforzassi, non mi veniva proprio niente da dire per attaccare bottone. La verità era che mi mancava F5, ed ero uscita di casa soltanto da pochi minuti.
Con la coda dell’occhio vidi finalmente che la ragazza aveva alzato la testa, ma ora si guardava intorno, sicuramente chiedendosi dove fosse il mio robot. Le sorrisi e vidi che aveva un’espressione preoccupata, quasi spaventata. Quando i nostri occhi si incrociarono, toccò di riflesso il suo G14, quasi temendo che potessi rubarglielo. Feci comunque un tentativo e la salutai con un cordiale «Ciao,» accompagnato da un cenno della mano. Lei bofonchiò qualcosa e uscì di fretta dalla stanza.
Rimasi qualche secondo a fissare la porta dello spogliatoio in attesa che ritornasse. Ma non fu così. Ultimamente non ne combinavo una giusta. Sembrava volessi stupire me stessa, mostrandomi continuamente all’altezza di situazioni complicate. Ma senza mai riuscirci. Mi imposi di non scoraggiarmi e mi diressi in fretta nella sala allenamento, prima che mi venissero brutti pensieri che mi facessero tornare di corsa a casa.
Avviai il macchinario per la corsa e cominciai ad allenarmi. Ma senza F5 non riuscii a impostare il ritmo e control- lare i tempi, né tantomeno ascoltare della musica o guardare dei video per distrarmi. Finì che mi annoiai quasi subito. Le poche altre persone che avevo intorno badavano ad allenarsi insieme ai loro robot e non mi degnavano della minima attenzione, ma di tanto in tanto dagli specchi della sala li sorprendevo a lanciarmi delle occhiate sospettose. Avrei voluto urlare. Gridare a tutti loro di parlarmi, salutarmi. Fargli sapere che esistevo e che non ero una pazza, ma semplicemente Ellie, solo senza il proprio robot.
“O forse pazza lo sto diventando davvero? Sto avendo un esaurimento nervoso com’era successo a mamma da giovane? Diventerò come lei?”
Sotto il peso di quei continui sguardi cominciai a sentirmi a disagio. Mi giudicavano e temevano. Una persona senza il proprio robot doveva avere per forza qualcosa che non andava. Non riuscii neppure a terminare l’allenamento. Mi sentii improvvisamente sbagliata, fuori luogo. Saltai giù dal macchinario senza neppure spegnerlo e mi precipitai a prendere le mie cose. Imboccai l’uscita della palestra senza rispondere al saluto del G9, l’unico che fosse stato gentile con me. Non facevo che pensare a quanto fossi stata stupida. Cosa credevo di fare senza F5?
Una volta a casa, mi richiusi con sollievo la porta alle spalle, sicura di aver concluso una volta per tutte quegli inutili esperimenti.
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