Sarà stato l’arrivo della primavera o delle prime giornate tiepide, ma Eryn aveva finalmente scelto la tinta per dipingere la cameretta per il figlio. O figlia.
Sarebbe stata gialla.
Aveva scelto quel colore per tinteggiare due delle quattro pareti e dare maggiore calore e luminosità alla stanza; era una nuance che andava bene per entrambi i sessi.
Un piccolo armadio a tre ante di ciliegio chiaro sarebbe stato montato sul muro davanti alle finestre, e sul lato vicino alla porta avrebbero posizionato la culla e il fasciatoio, entrambi bianchi, sistemati su un grosso tappeto.
Era stato tutto pensato e organizzato, sebbene fossero a inizio aprile e la data di nascita non era prevista prima di settembre.
I mobili erano già stati ordinati e il negozio d’arredamento aspettava solo un loro cenno per consegnare tutto. Avevano ovviamente scelto quello in cui lavorava Val, che li aveva aiutati nella scelta dei materiali offrendo loro i pezzi con la qualità migliore e a un prezzo scontato.
Avevano deciso di iniziare a pitturare le pareti in modo tale che, entro la fine del mese, la camera sarebbe stata pronta e avrebbero potuto dedicarsi agli altri acquisti.
Eryn aveva già iniziato a compilare sul computer una lunga lista di cosa avrebbero dovuto comprare per non trovarsi impreparati – dagli accessori per la pappa ai vari vestitini come body, pagliaccetti, maglie e pantaloni, dal set per l’igiene e il bagnetto all’occorrente per uscire. Aveva organizzato tutto nei minimi dettagli e, ogni volta che vedeva qualche pubblicità o le veniva in mente qualcosa, correva ad aggiornare la lista o, se non era a casa, lo segnava sul cellulare come promemoria.
Era al quarto mese e la pancia non si vedeva ancora tanto grazie al suo fisico slanciato e asciutto, ma iniziava a spuntare.
Al lavoro l’aveva dovuto dire subito per limitare i suoi spostamenti, ma non sembrava che la cosa la turbasse o, in qualche modo, dispiacesse.
Era la responsabile del suo ufficio, ma non le sarebbe più dispiaciuto se il ruolo di direttore – era una delle candidate, visti i successi in ambito lavorativo – fosse stato affidato ad altri.
Archie non riusciva proprio a spiegarsi il motivo di quel cambiamento improvviso nella moglie, anche se lo rendeva felice; era avvenuto così di fretta che spesso la mattina quando si svegliava aveva paura di aver sognato tutto.
Non avevano toccato l’argomento da quella sera a casa di Val e aveva sempre pensato che lei continuasse a prendere delle precauzioni quando facevano l’amore.
Fino a qualche mese prima, Eryn non aveva fatto altro che studiare e lavorare – quando non si trovava lontana per qualche trasferta – e storceva il naso al solo pensiero di avere dei figli, mentre adesso passava il suo tempo libero a leggere libri e blog su come essere una buona madre e su come capire il linguaggio dei neonati. Alcune volte passava intere serate a pensare a quali vestiti comprare, a come sistemare meglio la casa per prepararla a essere più accogliente e funzionale per un neonato, oppure fantasticava pensando ai discorsi che gli o le avrebbe fatto.
Eryn non sapeva se desiderare più un maschietto o una femminuccia, era indecisa perché vedeva dei pro in entrambi i casi; da una parte si sentiva più pronta per un maschietto perché le avevano detto che erano mammoni ma l’idea di avere una figlia con cui condividere segreti, interessi e opinioni non le dispiaceva affatto. Era vero che una femmina si sarebbe scontrata di più con i genitori nel periodo adolescenziale ma, superato quello, rimaneva in generale più legata alla famiglia rispetto a un maschio.
Archie invece, se avesse dovuto esprimere una preferenza, avrebbe puntato sul maschietto; scherzando, diceva che l’idea di avere un’altra femmina in casa, magari con lo stesso carattere della madre, lo faceva diventare matto.
Erano comunque eccitati all’idea di diventare genitori e il fatto di non sapere di chi, fino all’ultimo, li emozionava ancora di più. Strano visto che Eryn era sempre stata una a cui piaceva organizzare e avere il controllo su tutto, e ancora più strana era quella sensazione nuova che provava. Non riusciva nemmeno lei a spiegarsi come e perché fosse cambiata in così poco tempo e soprattutto perché sentisse quel forte desiderio di avere un figlio. Sentiva che si era sviluppato e radicato in lei l’istinto materno che pensava di non avere mai avuto – aveva letto che non tutte le donne ce l’avevano e lei aveva sempre pensato di essere una di quelle.
Non sapeva il perché, ma aveva capito che era ciò che voleva in quel momento e la faceva sentire felice; era quello che contava di più.
Aveva fatto mettere ad Archie un nuovo specchio nella loro camera a lato del letto per riuscire a vedersi interamente e tutte le sere, prima di andare a dormire, le piaceva guardarsi e vedere come cambiava il suo corpo.
“Mescola di più il colore”.
Eryn guardava il marito mentre preparava i barattoli di vernice. Avrebbe voluto aiutarlo, ma lui glielo aveva impedito; non voleva che si affaticasse troppo nelle sue condizioni. Anche se stava bene ed era in forma, non voleva rischiare che si facesse male. Dato che non poteva agire direttamente, lei supervisionava il lavoro impartendo ordini.
“Sono venti minuti che mescolo. Ormai è diluito” sbuffò Archie alzandosi da terra, diretto verso la scala.
Sicuramente ne capiva più lui su quelle cose, dato che non era la prima volta che dipingeva una parete mentre lei non l’aveva mai fatto, ma non voleva contraddirla troppo. Aveva letto che lo stress e il nervosismo nelle donne in gravidanza era normale e, se non controllato, poteva portare dei disturbi e malesseri sia alla mamma sia al bambino.
Fino ad allora tutto era andato a meraviglia. Eryn non aveva avuto nausee o fastidi, e le strane voglie notturne di cui molte parlavano non si erano presentate. Ma era diventata morbosamente attiva, e aveva per la testa sempre qualcosa da pensare e organizzare. Lavorando ancora, aveva a disposizione solo le sere e i weekend, e appena entrava in casa iniziava a elencare al marito tutte le novità e idee a cui aveva pensato.
Lei pensava e lui eseguiva.
Le ore passate fuori casa non la stancavano come capitava a molte donne nel suo stato; anzi, se con il tempo non le fosse spuntata la pancia, nessuno se ne sarebbe accorto.
L’unico piccolo cambiamento era che adesso non poteva più spingere con la pancia la porta a vetri davanti agli ascensori, all’ingresso del grattacielo in cui lavorava, per paura di nuocere al bambino.
La pancia, seppur piccola, iniziava a farsi vedere, bella rotonda sotto i suoi eleganti e attillati abiti e tailleur. Non si era ancora decisa a comprare vestiti premaman; fino a quando fosse riuscita a indossare i suoi, avrebbe continuato a mettere quelli.
George, la guardia presente tutte le mattine all’ingresso, le apriva il cancelletto; con in mano il cellulare e la borsa, e uno o due dossier con i documenti – che iniziava a ripassare appena scesa dall’auto nei garage sotterranei e per tutto il tragitto fino al ventinovesimo piano dove si trovava il suo dipartimento –, non avrebbe potuto farlo da sola. Ma era anche una scusa per fare due chiacchiere.
“Buongiorno, Eryn. Come si sente questa mattina?”. Era il solito saluto caloroso che le rivolgeva.
In quell’edificio non aveva sede solo la Refer, ma a ogni piano si trovavano gli uffici di altre grosse compagnie bancarie e assicurative.
Il grattacielo si trovava nel quartiere Due bis, al centro di Zelma, nell’area del business dove avevano sede i principali centri di tutte le aziende finanziarie più influenti del mondo.
“In splendida forma, e lei? Sam come sta?”.
“Molto bene, grazie. È sempre gentile a chiederlo. È ritornato a scuola”.
Gli occhi di George brillavano di gioia.
Sam era il suo figlio più piccolo; soffriva di epilessia e spesso gli capitavano degli attacchi così forti da richiedere l’immediato ricovero in ospedale. La madre aveva smesso di lavorare per potersi prendere cura di lui e per questo George, quando poteva, faceva il turno di notte per racimolare più soldi. Grazie ai nuovi farmaci in commercio a basso prezzo, il bimbo si stava riprendendo molto bene e gli attacchi non si erano più ripresentati.
Un’altra mossa azzeccata del sindaco.
Grazie anche a queste strategie, Tyler aveva vinto le ultime elezioni con l’88% dei voti a favore, un aumento impressionante rispetto alle precedenti, dove aveva raggiunto la maggioranza con il 66%. Secondo la legge della Congleration States, se il sindaco della capitale fosse riuscito a farsi rieleggere per tre mandati consecutivi con una percentuale di voto superiore al 65%, sarebbe stato candidato in automatico alle presidenziali. Quindi gli sarebbe bastato vincere le prossime elezioni con un’alta percentuale e sarebbe diventato in automatico un possibile nuovo Presidente, uno degli uomini più potenti di tutto il mondo. Prima di lui solo un sindaco ci era riuscito, il buon Martin Morls, nel 1987.
Anche se era stata tentata, anche quella volta Eryn non l’aveva votato. La sua parte femminista e indipendentista si era fatta ancora sentire a voce alta, facendole prediligere il più democratico Vanish con i suoi progetti paritari tra uomo e donna.
Ma aveva nettamente perso.
*
Primi di luglio. Caldo e afa.
Zelma era una di quelle città esuberanti a cui piaceva vivere la vita al massimo amplificando ogni aspetto e lo trasmetteva ai suoi abitanti anche attraverso il clima, tanto freddo d’inverno quanto caldo d’estate.
Quell’anno la temperatura aveva superato di qualche grado le medie della stagione e si prospettava un agosto ancora più caldo.
Il rimpianto per il pungente gelo dell’inverno precedente era palese. I lavoratori si sentivano fortunati la mattina ad andare in ufficio e trovarsi avvolti dall’aria fresca nebulizzata dei climatizzatori.
Era un nuovo sistema adottato dalle aziende per far sentire a proprio agio i dipendenti senza farli morire di caldo per le temperature esterne, ma nemmeno di freddo con i vecchi sistemi ad aria condizionata che si usavano alcuni anni prima.
Eryn aveva un suo piccolo ufficio privato dove poteva regolare la temperatura a suo piacimento senza rendere conto a nessuno.
Era al settimo mese ed era appena entrata nella trentaduesima settimana di gravidanza. Iniziava a sentirsi spossata e appesantita, e il caldo non la aiutava di certo.
La pancia era bella piena, spesso dura ma non le faceva male; al suo piccolo ospite piaceva mantenersi in movimento e tirava grossi calci esercitandosi per quando sarebbe uscito.
Per fortuna la notte era tranquillo, ma di giorno voleva farsi sentire e vedere; osservando attentamente la pancia, oltre ai movimenti si riusciva infatti a veder spuntare una manina o un piedino.
Erano le diciotto e presto sarebbe uscita per andare a casa.
Da quando aveva iniziato a sentirsi più stanca e gonfia, usciva un po’ prima la sera e finiva di lavorare sdraiata da casa, anche se la sua giornata lavorativa avrebbe potuto tranquillamente terminare.
Quella sera avevano un appuntamento con gli amici, ma lei non se la sentiva molto. Non stava male, non aveva dolori, ma avvertiva un po’ di malessere e stanchezza, probabilmente dovuti anche al caldo. Chiamò per scusarsi, declinando l’invito. Poi mandò un messaggio al marito per informarlo.
Si sarebbero visti direttamente a casa.
Salutò George mentre attraversava il cancelletto per andare a prendere il secondo ascensore che l’avrebbe condotta in garage, e andò verso la sua auto.
Archie era già lì quando rincasò e, vedendola più affaticata del solito, la fece sdraiare sul divano e le massaggiò le spalle e la testa per farla rilassare.
“Sei proprio un uomo da sposare. Fortunata tua moglie”. Eryn si concesse il lusso di scherzare mentre si lasciava trasportare dai piaceri delle coccole.
Aveva preparato lui la cena e la tavola, e aveva già sistemato e pulito la cucina.
“Ssshh, non sa che sono qui con te questa sera”, le rispose ammiccando mentre passava a massaggiarle i piedi e le gambe.
“Sai, penso che andrò a letto. Sono proprio cotta. Magari leggo un po’ e mi riposo, così domani sarò di nuovo in forma. Non ce la faccio proprio a mettermi a lavorare adesso”.
Non era da Eryn andare a letto senza cena, nemmeno in quegli ultimi mesi di gravidanza.
“Certo, amore. Ti raggiungerò tra poco. Riposati un po’ così, se te la senti, ti porto una scodella di minestra calda e mangi almeno qualcosa”.
Alle cinque e dieci del mattino, Eryn si svegliò per andare in bagno. Si riteneva fortunata perché le capitava poche volte di doversi alzare la notte; aveva sentito di donne che fin dalle prime settimane di gravidanza si svegliavano addirittura due o tre volte.
Era il dieci luglio e anche a quell’ora il caldo si faceva sentire pesantemente. Le sembrava di avere la biancheria un po’ bagnata, forse per il sudore. Era vero che non si sentiva molto sexy ultimamente, ma sperava di non essersela fatta addosso.
Entrò in bagno senza accendere la luce per non svegliare Archie e, quando si pulì, capì che la carta igienica era sporca di qualcosa di scuro.
Accese la luce dello specchio e vide che si trattava di sangue. Rimase pietrificata.
Non era un buon segno una perdita di sangue vivo durante una gravidanza.
Andò dal lato del letto dove dormiva il marito e gli toccò il braccio per svegliarlo.
“Archie, ho delle perdite di sangue”, gli disse mentre lui cercava di realizzare dove fosse.
Impiegò qualche minuto a metabolizzare l’informazione, dopodiché si tirò subito su in piedi.
“Cosa facciamo?”.
Eryn non riusciva a pensare lucidamente; aveva la testa congelata dalla paura e dal panico.
“Stai tranquilla, amore. Vai in bagno e preparati. Andiamo in ospedale. Ti faranno un controllo. Vedrai che non è niente”. Aveva cercato di mantenere un tono calmo per gestire la situazione. Quindici minuti dopo erano in macchina.
Le strade di Zelma a quell’ora del mattino erano completamente deserte e sembrava di essere in una di quelle città futuristiche dei film. Era irreale vederla così.
I semafori erano tutti in funzione, ma Archie non si preoccupò di svoltare con il rosso; non voleva allarmare la moglie, ma era preoccupato anche lui che qualcosa non andasse bene e voleva arrivare il prima possibile.
Lasciò la loro auto alla fermata del pullman, davanti all’entrata del pronto soccorso.
Spiegarono all’infermiera che c’era all’accoglienza il motivo per cui erano lì. Un’altra compilò un foglio che infilò in una cartella blu, fece sedere Eryn su una carrozzina e la portò nel reparto di ostetricia-ginecologia che si trovava al quarto piano, utilizzando un ascensore interno per il personale.
Archie dovette fare un giro più lungo. Quando raggiunse il piano, gli dissero che doveva aspettare fuori. La moglie era in una stanza chiusa, dove la stavano sottoponendo ad alcuni accertamenti. Fece come gli avevano detto. Rimasto solo, aspettò nella sala d’attesa del reparto, preoccupato come non gli era mai successo.
*
Alle sei e mezza del mattino, Eryn era seduta su un lettino in una delle stanze del reparto in mezzo ad altre due donne con un pancione più grosso del suo, tutte in attesa di una visita o di qualche controllo. Non faceva molto caldo.
Sul muro giallo un po’ scrostato erano appesi diversi poster, avvisi e informazioni su come allattare il proprio neonato, farlo dormire correttamente, proteggerlo dalle malattie infettive e altre indicazioni riguardo la salute e il benessere del nascituro.
Un’ostetrica entrò nella camera, seguita da due giovani studentesse. Si riconoscevano dal colore della striscia collocata sul taschino del camice bianco che tutto il personale indossava. La striscia delle ostetriche era rosa, quella delle studentesse blu, mentre per le infermiere il colore usato era il rosso. Discorso diverso per i dottori, che indossavano un camice blu o verde chiaro a seconda che fossero di turno in reparto o al pronto soccorso.
Eryn l’aveva imparato leggendo il foglio con le spiegazioni appeso vicino alla porta – probabilmente ce n’era uno in ogni stanza –, mentre aspettava che qualcuno entrasse e le dicesse cosa le stava capitando.
Le due giovani studentesse si avvicinarono alle donne per raccogliere i loro dati personali e compilare alcune cartelle; scoprì così che le altre due ragazze nella stanza con lei erano al nono mese di gravidanza ed erano in attesa di partorire di lì a breve, ma sembrava che i loro bambini non fossero ancora intenzionati a uscire.
L’ostetrica si avvicinò a Eryn.
“Buongiorno, signora. Come si sente?”
“Io… Non saprei. Bene, credo. Sono solo preoccupata”.
“Adesso le faremo un tracciato per sentire i battiti del suo bambino e verificare se ci siano o meno contrazioni. Utilizzeremo il cardiotocografo a ultrasuoni e il controllo durerà circa mezz’ora”. Eryn annuì, poi raccontò brevemente cos’era successo qualche ora prima a casa.
Le due giovani studentesse le spalmarono un po’ di gel sulla pancia e le posizionarono sull’addome una cintura con due sonde. La prima sarebbe servita a monitorare il battito cardiaco fetale, mentre la seconda avrebbe rilevato l’intensità delle contrazioni uterine.
Non appena una delle studentesse accese lo strumento e aumentò il volume, nella sala rimbombò il rumore di un battito. Era velocissimo. Era il battito del suo bambino.
Eryn provò una sensazione piacevole e si rasserenò. Sentire il cuoricino del suo piccolo che batteva l’aveva rassicurata. Per alcuni istanti aveva temuto che fosse successo qualcosa di grave. Cercò di rilassarsi e si sistemò meglio che poté.
D’improvviso girò la testa verso la porta della sala. L’avevano lasciata un po’ aperta. Riusciva a vedere il corridoio in penombra perché non avevano ancora acceso le luci centrali. Intravide Archie che passeggiava nervosamente. Era impaziente e agitato. Non sapeva dove l’avessero sistemata e non aveva più avuto informazioni.
Sarà stato per via del forte e improvviso rumore del battito che veniva riprodotto dall’apparecchio, o forse per una casualità, ma si voltò in quell’istante e la vide. Aveva guardato dentro la sala dove c’era Eryn nell’esatto momento in cui anche lei si era girata, e i loro sguardi si incrociarono.
Vide nello sguardo del marito un’ondata di gioia e di preoccupazione allo stesso tempo. Lui rimase fuori dalla porta, ma si affacciò per avvicinarsi di più e poterle parlare.
“Sto bene. Mi stanno facendo un tracciato per misurare i battiti del bambino e vedere se ho delle contrazioni”. Eryn gli sorrise, cercando di rassicurarlo.
Nonostante la situazione, sembrava più sereno. Almeno era riuscito a vederla e a parlarle.
Dopo una quarantina di minuti, l’ostetrica rientrò per controllare il grafico sul cartaceo prodotto dal cardiotocografo. Le spiegò che qualche contrazione c’era stata, ma non erano ancora quelle forti. Dato il periodo ancora prematuro per un parto, avrebbero cercato di contrastarle con delle medicine per provare a evitare che aumentassero e che il bambino nascesse prima del tempo. Le avrebbero rifatto il tracciato a breve per monitorare nuovamente la situazione.
Nel frattempo Eryn chiese se potesse fare colazione, visto che era a digiuno e aveva fame; aveva mangiato solo una scodella di minestra la sera prima e non era abituata a saltare la colazione.
Mentre beveva del tè al limone accompagnato da alcune fette biscottate che le avevano servito su un vassoio nel letto, un dottore entrò nella stanza. Era un uomo sulla sessantina, non troppo alto, con i capelli brizzolati e un paio di occhiali dalla montatura nera e spessa.
Quando entrò, non salutò né guardò nessuno in faccia. Andò direttamente vicino a Eryn per verificare di persona il tracciato. Gli bastò dare un’occhiata per rendersi conto della situazione.
Si rivolse a una delle due studentesse. “Le contrazioni sono ancora deboli, ma devono essere monitorate costantemente. Fai ricoverare la paziente. E chiamatemi subito se aumentano”.
Detto questo, uscì.
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