Avvento – Behind me – parte IV

Capitolo 4

Ben

La mano gli tremò impercettibilmente mentre si allungava per suonare il campanello. Stava facendo una fatica immensa per fende- re l’aria che sembrava essere diventata dura come il cemento. Ben ne vedeva quasi lo spessore e ne percepiva la resistenza.

Era la stessa sensazione che provava da piccolo quando cercava di indossare un bracciolo senza prima essersi bagnato le braccia. Nessuno gli aveva insegnato il trucco di passarsi dell’acqua sulla pelle prima di infilarli e si ricordava ancora il bruciore delle volte in cui li aveva messi con forza.

Iniziò a sudare.

Dopo un tempo che pareva interminabile, toccò la porta. Ma non suonò ancora. Non fece pressione. Non ci riuscì.

Tutto era diventato più pesante e si svolgeva tremendamente piano, come in una pellicola azionata a rallentatore. Come la vita che scorreva in quel paese.

Gli vennero in mente tutte le volte che aveva suonato quel campanello senza dare troppo peso al gesto. Tutte le volte che era tornato da scuola. Dalla biblioteca. Dalla messa domenicale. Dalle forzate ore di palestra passate a tremare per gli eccessivi sforzi che il suo corpo si rifiutava di sopportare o dai venerdì pomeriggi in cui accompagnava la madre a fare la spesa.

Mamma.

Quanto gli mancava. Sembrava essere passato solo un attimo dall’ultima loro chiacchierata. Altre volte una vita intera. Chissà se era contenta dell’uomo che era diventato e se ne era orgogliosa. Riguardo i fratelli sicuramente sì. Loro avevano ottenuto tutto. Ma sentiva, in cuor suo, che lo era anche per lui. La mamma era stata l’unica che aveva sempre creduto in lui.

Ben si guardò intorno per cercare un diversivo. Una distrazione. Un motivo per ritardare di annunciarsi e iniziare quella giornata in- desiderata. Non trovò nulla.

Un soffio d’aria, quasi caldo, gli solleticò il viso e gli procurò dei brividi di piacere sotto il mento. Gli stessi che gli venivano quando la mamma lo accarezzava e coccolava tra le sue braccia.

Gli sembrò di sentire la sua mano calda toccarlo in viso. Per un attimo la vide; gli sorrideva. Poi sparì. D’istinto si voltò come per cercarla. Ma non vide nessuno. Non c’erano un’anima viva che passava di lì.

Anche l’aria si era presa una pausa e non sentiva più un filo di vento sotto quel triste cielo, totalmente coperto da spesse nubi attaccate tra loro da non far vedere dove finiva una e iniziava l’altra. Lì i rassicuran- ti rumori della città, di “vita”, erano stati imballati e sigillati in qualche nascondiglio segreto e nascosti a chilometri di profondità sottoterra.

Ben si riprese dallo stato di tepore in cui era caduto e ritornò alla realtà. Sentì in lontananza una voce di un bambino. Proveniva dall’interno. Non poteva essere che il suo piccolo nipote, Luke. Il più piccolo della famiglia. Chissà com’era cresciuto e chissà se si ricordava di lui.

L’anno prima non parlava ancora ma Ben aveva trascorso tanto tempo insieme – a giocare, mangiare e anche a fare la nanna. Il piccolo aveva preso lo zio Ben in simpatia e non aveva voluto mollarlo un solo attimo.

Era il terzo figlio di suo fratello Dean, il fratello mezzano. Gli altri figli erano più grandi, ormai adolescenti, come lo erano quelli di Ferdy, il fratello più grande.

Solo Ben, il piccolo dei tre, non aveva ancora una sua prole ed era l’unico a presentarsi, ogni anno, senza una compagna o moglie al fianco. Ai fratelli non importava, ma al padre la sua situazione solitaria pesava tremendamente; non perdeva mai occasione per farlo sentir in colpa.
Ben scacciò dalla mente i ricordi dolorosi, prima di perdere il poco coraggio che aveva. Con in mente le manine pacioccose del piccolo Luke, si fece forza e premette con il pollice il campanello.

Un leggero ronzio famigliare echeggiò dentro l’abitazione e in tutta la via; anche quella volta il rumore gli ricordò il suono che emetteva un cardiofrequenzimetro quando non rilevava più i battiti del cuore.

Pesanti rumori di serratura gli assicurarono che era stato sentito e, pochi istanti dopo, la porta si aprì.

Una versione più vecchia di lui, di quasi trent’anni, si presentò ai suoi occhi. Sembrava una sua caricatura, realizzata da un attento vignettista. I singoli dettagli erano pressoché gli stessi. Solo l’essenza di vita che si scorgeva osservando gli occhi del più anziano dei due era evaporata via, insieme alla giovinezza.

Anche se non lo avevano mai voluto ammettere e accettare, Ben era la copia esatta del padre. Avevano addirittura quasi lo stesso nome ed era l’unico figlio ad assomigliargli. Gli altri due fratelli avevano ereditato i geni dalla famiglia materna.

La somiglianza tra i due si limitava però al solo aspetto fisico. Per il resto erano completamente diversi. Due cariche opposte della stessa calamita. Le due facce della medesima moneta. La loro somiglianza giocava un ruolo inversamente proporzionale al carattere personale e all’affetto che provavano l’uno per l’altro.

«Ciao papà. Tanti auguri. Questo è per te». Ben gli allungò un pacco incartato con una carta lucida color verde chiaro e abbellito da un grosso fiocco rosso al centro. Sapevano entrambi che c’era una bottiglia del liquore preferito di Benjamin perché era lo stesso regalo che il figlio gli faceva ogni anno.

«Sei tu. Entra. Gli altri sono già arrivati e sono seduti a tavola con la loro famiglia».

Era la solita frase di benvenuto che il padre gli rivolgeva guardandolo con sguardo serio e deluso. Quasi schifato. Ogni anno, Benjamin non nascondeva la speranza che il suo terzo genito non si presentasse alla porta il giorno del suo compleanno. Non l’aveva mai espresso ad alta voce, per rispetto della defunta moglie che aveva tanto amato, ma l’avrebbe preferito.

«Bene, li raggiungo subito allora». Felice di aver troncato in fretta l’imbarazzante saluto, Ben si dileguò velocemente e raggiunse la sala da pranzo, alla destra dell’entrata.

La casa aveva perso il tocco femminile di un tempo ed era più spo- glia e triste, priva dei colori e dei dolci profumi che la caratterizzava quando Daisy era ancora viva.

Ben camminò velocemente per non soffermarsi a notare il degrado di quella abitazione e raggiunse i fratelli che stavano chiacchierando rumorosamente intorno al tavolo.

«Eccolo! Il solito ritardatario. Vieni qui fratellino, ti ho tenuto il posto vicino a me». Ferdy si alzò dalla sedia e, accogliendolo con un largo sorriso felice, gli diede una pacca sulla schiena e lo abbracciò. Anche gli altri si alzarono per salutarlo, contenti di vederlo.

«Tio Ben, Tio Ben». Luke agitò le braccia tutte impiastricciate di cibo per toccarlo e finirgli in braccio. Era seduto sul seggiolone e, dal pasticcio che c’era sul vassoio, si capiva che stava imparando a mangiare da solo. Ben quasi si commosse nel vedere che il piccolo si ricordasse di lui.

«Ciao campione. Come sei cresciuto! Ormai sei un ometto. Dai, ti aiuto a finire di mangiare».

La prima ora trascorse piacevolmente. Il padre rimase zitto e Ben si godette il piccolo nipote e il vociare chiassoso della famiglia. L’aggiornarono sulla loro vita e le ultime vicende importanti che si era perso. A Ben piaceva ascoltare tutti. Rimase in silenzio a sentirli, affascinato dalla loro parlantina. Era sempre così: loro parlavano e lui ascoltava. Anche perché non aveva nulla da raccontare.

«Allora fratellino, questa volta sei pronto a sparare?»

Come ogni anno, ad ogni riunione di famiglia, i due fratelli maggiori si divertivano, dopo i pasti, a sparare al poligono dietro casa e si sfidavano a chi otteneva più colpi a segno.

Erano bravi. Due poliziotti con la passione dell’arma nel sangue, la principale caratteristica in comune con il padre, anch’esso un ve- terano della polizia ma costretto, da pochi anni, alla pensione.

Benjamin aveva dovuto ritirarsi e consegnare il distintivo. Era stato un duro colpo per lui e ciò l’aveva reso ancora più nervoso e scorbutico. Non avrebbe mai lasciato il lavoro: era la sua vita, la sua passione. Forse la cosa che aveva amato e amava più di tutto.

Ben era l’unico maschio della famiglia a cui non piacevano le armi. Gli facevano paura e non condivideva la violenza come strumento per insegnare e educare. Aveva dovuto provare anche lui a entrare nella polizia, per ben due volte. Era stato un passaggio obbligatorio, ma era sempre stato respinto ai test fisici. Per sua fortuna. Non era sovrappeso, né grasso, solo impacciato nei movimenti. Il fallimento era stata la sua salvezza ma anche la delusione più grande che avesse potuto infliggere al padre.

«No, grazie. Passo anche questa volta. Lascio spazio alle vostre sfide. Vi accompagno per guardarvi».

Rispose come di prassi.

I due fratelli cercarono di insistere per convincerlo ma lui fu irremovibile. Iniziarono così a stuzzicarsi tra loro e il vociare allegro e scherzoso salì di qualche nota. Questi erano i momenti che apprezzava di più; sapeva che gli volevano bene nonostante fosse diverso da loro.

«Ragazzi, buoni. Lasciatelo stare. Non tutti nascono veri uomini e degni di indossare una divisa e impugnare un’arma. Mi sento già fortunato ad aver lasciato il testimone a due di voi. Se non riesci a reggere la vista di qualche pistola, è meglio se non ci vai. Conosco tutti lì».

Benjamin aveva interrotto il vociare, gelandolo all’istante. Fu il primo momento in cui parlò a tavola, rivolgendosi al figlio più piccolo con sguardo accusatore e di disprezzo. Non aspettava altro. Il momento migliore per scagliarsi contro la preda più debole.

L’allegria che presenziava fino a pochi secondi prima si dissolse in un batter d’occhio e l’atmosfera si fece seria e tirata. Si poteva percepire il disagio salire dal pavimento.

Se fosse stata viva ancora la madre tutto questo non sarebbe acca- duto. Era lei la protettrice di Ben, del suo dolce e sensibile cucciolo. Era l’unica che l’aveva sempre capito e stimolato a fare quello in cui più credeva, difendendolo in ogni occasione.

«Ma si papà, certo che se la sente. Gli insegneremo qualcosa noi». Dean fece l’occhiolino al fratello cercando di smorzare la tensione. Anche Ferdy si unì a lui, per dare il suo supporto.

«Ne dubito, ma non mi interessa. Io tra poco mi ritiro». Benjamin non insistette e lasciò perdere il discorso.

Rachel, la moglie di Ferdy, ne approfittò e portò in tavola la torta che finì in pochi bocconi. Cantarono tutti Buon Compleanno nonno per la felicità dei nipoti più piccoli.

Tutti tranne Ben che fece solo finta, muovendo le labbra senza emettere alcun suono. Non voleva augurare niente di buono al padre; troppe volte nel sonno o nei pianti più disperati di angoscia e tristezza, aveva sperato di svegliarsi il giorno dopo con la notizia che fosse morto lui al posto della madre. Troppe volte aveva sofferto a causa sua e non si sarebbe meravigliato se la causa principale a tutti i suoi problemi di insicurezza e insonnia dipendessero da come lo aveva trattato fin da piccolo. Non meritava il suo perdono e un briciolo d’amore.

«Vado a riposarmi. Vi fermate per cena?» Benjamin si rivolse a Dean e Ferdy senza girarsi a guardare Ben. Fu Julia, la moglie di Dean, a chiedergli se avesse piacere di rimanere ancora con loro.

«Mi piacerebbe ma devo tornare a casa. Grazie comunque». Era una bugia. Ben non sarebbe rimasto un minuto di più lì con loro se c’era “lui”.

Il padre voltò la testa per lanciargli un’altra brusca occhiata, fece un cenno con la testa come per salutarlo e poi sparì dalla stanza per andare al piano di sopra a riposarsi. Non si sarebbero rivisti per un altro anno. Ben sospirò. L’agonia era terminata.

«Tio Ben, Tio Ben. Vieni?» Luke lo distolse da amari pensieri. Gli si gettò addosso e lui lo prese in braccio per fargli fare cavalluccio e il solletico alla pancia.

Mentre gli altri sparecchiavano e sistemavano la roba, Ben tra- scorse il tempo a giocare e parlare anche con gli altri nipoti. Li vedeva poco ma li adorava tutti quanti.

Quando Ferdy e Dean si prepararono per uscire e andare a sparare era quasi dispiaciuto di doverli salutare; ora che non c’era il padre gli piaceva stare con loro. Non sapeva quando li avrebbe rivisti. Salutò le cognate con affetto.

«Non vieni con noi, vero?» I tre fratelli si trovavano in fondo al viale di casa, pronti per i saluti.

Nonostante a tavola facessero sempre quella scenetta, sapevano che Ben non li avrebbe accompagnati; lui non avrebbe mai condiviso quel loro mondo.

Lo abbracciarono forte, facendogli promettere di farsi sentire per qualsiasi bisogno. Poi Ferdy e Dean si voltarono per raggiungere la loro meta, dalla parte opposta di dove si trovava la stazione.

Ben li guardò incamminarsi con un po’ di invidia. Erano alti, robusti con spalle grosse e gambe larghe; la loro camminata sicura faceva intuire che fossero uomini senza problemi e paure. Completamente opposti a lui. Quando svoltarono l’angolo e sparirono dalla sua visuale, Ben sorrise tra sé.

Si girò per guardare la casa. Non si concesse il tempo per immergersi nei ricordi del passato, belli e brutti, ma la guardò solo per salutarla. Lo faceva ogni volta prima di andarsene via. Quella casa era l’ultimo legame che aveva con la madre e lo voleva mantenere puro.

“Ciao mamma” bisbigliò al vento, sperando che le parole le arri- vassero, dovunque fosse.

Ora poteva andarsene. Non aveva più motivo per rimanere. Si girò per lasciarsi il passato alle spalle e, con passo deciso e liberatorio, si incamminò per tornare al suo presente.

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