Capitolo 3
Garret
Avrei iniziato la settimana successiva.
Il tempo per organizzare la squadra e imparare i dettagli più importanti: nomi, informazioni sulle famiglie da gestire, studio approfondito sulla sicurezza dei luoghi da sorvegliare e, ovviamente, analisi dei componenti del team. Avrei avuto una decina di persone al mio comando e avremo sorvegliato due ambasciatori e i loro familiari.
Mi sembrava un sogno. Finalmente ero a capo di un’organizzazione. Il sergente Daviz mi aveva scelto come responsabile per un compito altamente importante. Mi sarebbe piaciuto condividere quella gioia con qualcuno, ma sapevo che non avrei potuto.
Quella sera, per fortuna, c’era il compleanno di un collega ed eravamo tutti invitati al Churchill Arms. Non era il genere di locale che preferivo ma per iniziare la serata poteva andare bene.
Decisi di uscire in metro perché non avevo voglia di guidare. Non potevo nemmeno rischiare di mettermi alla guida ubriaco; dovevo fare molta più attenzione adesso.
Scesi alla fermata di Notting Hill Gate. Feci un salto al Waterstone all’angolo per prender un regalo. Un libro, la scelta giusta dato che non conoscevo i gusti del festeggiato ma volevo fare bella figura. Scelsi “L’Eco dei ricordi”, una storia d’amore futuristica, ambientato in una realtà distopica, scritto da un’autrice straniera. Mi aveva ispirato leggendo la trama e osservando l’immagine sulla copertina. Ne comprai addirittura due copie, una anche per me. Avevo poco tempo libero, ma quando potevo mi concedevo il lusso di leggere o scrivere. Mi rilassavano.
Entrai nel pub poco dopo le otto e individuai il tavolo in cui erano seduti i miei colleghi. C’era anche Nancy ma del sergente Daviz nemmeno l’ombra. Non che mi aspettassi di vederlo in un locale del genere, in mezzo a noi, con la barba unta dalla schiuma bianca della birra, ma una debole speranza di condividere con lui qualche momento fuori dal lavoro lo serbavo sempre nel cuore.
Mentre mi avvicinavo, li sentii chiamarmi a gran voce. Erano quasi tutti mezzi ubriachi.
Charles, il festeggiato, era a capotavola. Mi sembrava ancora abbastanza lucido da poter scartare il regalo così glielo diedi.
Era un bravo ragazzo, intelligente e anche molto timido. Tanto alto e magro quanto impacciato nei movimenti e nei modi di parlare soprattutto quando doveva approcciarsi a una donna.
Non trasmetteva un briciolo di virilità. Ma era davvero un buono e, per questo, non mi ero mai preso gioco di lui, come piaceva fare ad altri. Era un bersaglio troppo facile e non mi divertiva prender di mira gente più debole.
«Tanti auguri Charles. È un piccolo regalo da parte mia». Gli allungai il regalo con la mano sinistra e con l’altra cercai la sua per una stretta. Lui invece si alzò in piedi e mi abbracciò. Non mi piaceva essere toccato in pubblico, soprattutto da un uomo, ma sapevo che per lui era un gesto per esprimere amicizia. Un modo per ringraziarmi del regalo e della mia presenza. L’alcol lo aveva aiutato a essere più espansivo. Non tutto l’ufficio era venuto. Chi aveva avuto altro da fare aveva messo in secondo piano la sua festa e lui aveva apprezzato di cuore tutti quelli che si erano presentati.
«Grazie Garret. Sono felice che tu sia passato. Ordina pure quello che vuoi. Offro io».
Si sciolse dall’abbraccio e ritornò a sedersi, non prima di avermi regalato un largo sorriso.
Pensai che potesse essere uno dei miei uomini. Stavo ancora riflettendo sulla sua presenza. Era il sergente Daviz a validare gli uo- mini ma mi aveva concesso la libertà di fargli una prima proposta.
Charles non era il classico “uomo di sorveglianza” che uno si aspettava ma il nostro lavoro sarebbe stato anche di strategia e tat- tica. Avevo bisogno di persone con una mente brillante e lealtà nel cuore. Lui possedeva entrambe.
Salutai velocemente gli altri colleghi seduti al tavolo e mi diressi al bancone. Avevo sete. Scolai la prima birra senza rendermene conto e tornai al tavolo con la seconda in mano.
Mi sedetti tra Nancy e una nuova recluta che sapeva il fatto suo e mi intrufolai nei loro discorsi. Parlavano di lavoro, discutendo alcuni casi ancora aperti.
Di fianco a loro, invece, il livello era meno serio. Si scherzava e schiamazzava riguardo alcuni gossip su vecchi colleghi. Mi divisi tra i due discorsi.
Il tempo passò in fretta e presto ci trovammo in quattro o cinque seduti al tavolo. Eravamo rimasti noi scapoli, quelli che non avevano fretta di tornare da famiglia e marmocchi.
Charles aveva le guance rosse per il bere e io iniziavo a sentirne i primi effetti. Ero al mio sesto bicchiere.
La gente del locale incominciava a cambiare e riconobbi che stavano arrivando “le donne agghindate”, come piaceva chiamarle a me.
Due amiche erano sedute al bancone con le gambe accavallate e si guardavano intorno, mentre chiacchieravano, ridendo ogni secondo. Erano due brunette carine.
Finii la birra. Mi pulii con la mano destra la schiuma che mi era rimasta sulle labbra e mi avvicinai a loro, a passo deciso. Sentii dei fischi d’incoraggiamento di un collega che si persero tra il frastuono della gente. Non impiegai molto a conquistarle.
Dopo una breve chiacchierata, le abbracciai e, con una alla mia destra e una alla mia sinistra, mi avvicinai al nostro tavolo e andai dritto da Charles.
«Collega mio. Ancora tanti auguri». Scherzai, facendo sedere le due ragazze vicino a lui. Lui subito non capì le mie intenzioni.
Passammo un’altra ora a chiacchierare e ridere tutti insieme. Io feci uno sforzo enorme a non metterlo in ombra e a far emergere i suoi lati migliori. Per fortuna, la birra che scorreva nel nostro corpo mi aiutò. Ma per poco non rovinai tutto, scoppiando a ridere quando vidi la sua faccia imbarazzata e i suoi occhi uscire dalle orbite quando una delle ragazze si decise a sedersi sulle sue gambe, iniziando a sussurrargli parole incomprensibili all’orecchio.
Si vedeva che ciò lo agitava molto, non riusciva a nasconderlo non sapendo come gestirla. La ragazza però sapeva il fatto suo e prese in mano la situazione. Lo portò fuori e Dio solo sa cosa gli fece quella sera; so solo che per un’intera settimana, Charles non smise un attimo di sorridere come un ebete tra i corridoi della centrale, sospirando con aria sognante e, tutte le volte che mi vedeva, mi ringraziava per il regalo. Dubitavo fortemente si riferisse al libro. Ma questo suo comportamento mi fece capire che doveva essere un mio uomo nel team.
La mattina della consegna dei nomi, portai al sergente Daviz l’elenco delle persone scelte per essere vagliate dal suo giudizio. Non volle spiegazioni aggiuntive: una volta preso il foglio con la lista, mi sbatté fuori dal suo ufficio senza troppe cerimonie per poter elaborare con calma i suoi pensieri. Provai la stessa sensazione che sentii quando dovetti discutere l’ultimo esame di ammissione per l’arma. Forse ancora più agitazione.
Durante i secondi di attesa, mi ritrovai a passeggiare avanti e indietro per il corridoio della centrale con gli occhi dei miei possibili collaboratori puntati addosso. Eravamo tutti tesi. Nessuno voleva tradire la fiducia del sergente e davamo molta importanza al suo giudizio; temevamo di non esserne all’altezza.
L’ansia non durò molto. Il sergente non impiegò più di quindici minuti a decidere. Mi fece richiamare da Nancy.
Quando entrai non mi parlò o chiese qualcosa. Era assorto in una telefonata importante e, a malapena, alzò gli occhi su di me. Il mio cuore prese a galoppare furiosamente non riuscendo ad interpretare quei gesti in maniera positiva. Avevo perso quasi le speranze quando il pollice alzato in segno di approvazione scongelò ogni paura che stava imprigionando in una stretta morsa il mio corpo.
Fissai quel dito per imprimermi nella testa che era tutto vero e non stavo sognando. Ce l’avevamo fatta. Un sorriso sornione si dipinse sul mio volto e non si decise a sciogliersi fino a quando non mi trovai di fronte al mio nuovo team a festeggiare.
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