Avvento – Teacher parte II

Senza viaggiare si vive metà della propria vita.

CAPITOLO PRIMO

9 Giugno 2018

«Ti auguro una buona serata. Ci vediamo la prossima settimana. Ciao, Zazu.»

Il rumore amplificato della goccia che cade nel mare mi risuonò forte nelle orecchie. Il mio tuffo mattutino in Arabia Saudita era terminato.

Tolsi le cuffie che portavo per riuscire ad ascoltare meglio.

Abdul, che io avevo soprannominato Zazu per la sua somiglianza con il pennuto del Re Leone, era un mio studente da quasi sei mesi; ci conoscevamo da un po’ di tempo, ma faticavo ancora a capirlo bene.

Il suo forte accento arabo e il tono di voce basso, rotto dalla timidezza e dall’imbarazzo di doversi confrontare con una donna, a volte gli impedivano di rendere chiari i suoi pensieri e spesso ci soffermavamo intere lezioni per farne emergere solo uno.

Non era il mio primo studente arabo, ma era il mio primo studente arabo maschio. Avevo avuto sempre donne. All’inizio avevo avuto delle perplessità sulla possibilità di accettarlo oppure no; non volevo essere presuntuosa, ma guadagnavo abbastanza da poter rifiutare delle persone di cui non ero convinta.

Ma i suoi modi di fare cortesi e impacciati della pri- ma telefonata conoscitiva mi avevano conquistata fin da subito. Abdul non mi aveva fatto niente, non mi aveva mai trattata male e si continuava a rivolgere a me con molto rispetto.

Cercavo di non essere prevenuta nei confronti di nessuno, ma un episodio mi aveva scottata. Ero ancora influenzata da una vecchia vicenda successa molti anni prima, con il marito di una mia studentessa. Entrambi erano sauditi, per l’appunto.
La colpa era stata anche mia. All’epoca ero troppo giovane, troppo acerba del mondo, troppo poco preparata sulle diversità delle culture e delle religioni. Troppo rivoluzionaria per sfidare gente altolocata.

Avevamo discusso. Il marito ed io. Io cercavo so- lamente di proteggere Jameela, la sua indipendenza femminile, e farle sapere che non era sola.

Lei era la moglie più giovane, quella più bella e per questo messa in disparte da tutte le altre e trattata male. Viveva una continua guerra silenziosa tra le mura di casa; le donne, a volte, sono le peggiori nemiche di se stesse.

Volevo aiutarla. Non solo con la lingua, ma a vivere meglio.

Pensavo fossimo diventate amiche. Si era aperta molto confidandomi tante cose. Conoscevo i suoi sentimenti. Segreti. Pensieri. Paure. Ma non conoscevo la forza che c’era dietro il suo matrimonio. Non avevo intuito il limite che non si poteva oltrepassare. Mai. Soprattutto in un matrimonio arabo.

L’avevo difesa ad alta voce, davanti a tutti, credendo che lei mi avrebbe dato ragione. Avevo pensato che si sarebbe sfogata anche lei, rinfacciando tutti i soprusi che aveva patito dalle mogli anziane e i limiti e le privazioni imposti dal marito. Invece no. Era rimasta zitta. Occhi bassi ombreggiati dal velo. Quel velo che io mi ero sempre rifiutata di indossare in casa loro.

Era stata l’ultima volta che ci eravamo viste. L’ultima volta che il mio sguardo si erano posato sui suoi profondi e tristi occhi neri. Avevo fallito.

Il marito mi aveva licenziata all’istante, proibendomi di mettere di nuovo piede in casa loro e di vedere sua moglie. Ma non ho mai smesso di pensarla. Per me, Jameela è diventata un esempio. Un mantra da seguire come approccio con gli studenti.

Dopo quella volta, mi ero ripromessa di fare sempre un passo indietro dalla vita privata delle persone a cui insegnavo. Non ero più stata invadente. Impicciona. Ma sempre riservata e rispettosa dei loro credo e delle loro tradizioni. Sempre al mio posto.

Qualcuno mi definiva una teacherapeuta.

Ero diventata molto brava in quello che facevo. Le agenzie della città mi cercavano ancora e avevo rice- vuto diversi premi e riconoscimenti.

Continuavo a studiare. A documentarmi su ogni cosa stuzzicasse la mia curiosità e che potesse stuzzicare quella degli altri. Dovevo essere pronta e al passo con i tempi. Tra i miei studenti c’erano stati anche personaggi famosi del mondo dello spettacolo, della moda, della politica e anche provenienti da famiglie reali. Le mie ore non costavano poco.

Mi ero creata una rete di contatti parallela alle agenzie e alle scuole di lingua per cui lavoravo come consulente. Ero sempre connessa e disponibile, weekend compresi, alle ore più disparate per sentire tutti i miei studenti sparsi in ogni parte del pianeta.

Alcune volte mi sentivo stanca. Parlare e insegnare mi piaceva ma mi assorbiva tante energie che, con l’avanzare dell’età, iniziavano a diminuire.

Eppure non avrei mai rinunciato a quella vita. Al confort di stare a casa per lavorare. Di poter decidere chi e quando sentire. Al fascino di parlare ogni giorno con persone diverse che mi permettevano di viaggiare, di conoscere nuove culture comodamente dal mio divano.

Adoravo viaggiavo. Ero nata e cresciuta viaggiando. Ce l’avevo nel sangue. Ma ci avevo messo una pietra sopra. Avevo deciso che non sarei più andata da nessuna parte. Non da quando ero rimasta da sola e avevo iniziato a sentirmi stanca e vecchia. Non da quando non avevo più avuto un motivo, anche se sapevo che per viaggiare non ne occorrevano. Bastava partire.

La realtà era che avevo quasi paura a farlo.

Una parte di me sarebbe ripartita subito. Ogni tanto sentivo ancora quella vocina bisbigliare prima di an- dare a dormire, ma stava diventando sempre più flebile. Certe volte faticavo a capirla.

Viaggiare mi ricordava Peter. Sebbene fossero passati dieci anni dalla sua morte, stavo ancora male a pensarci. Mi mancava terribilmente. Con lui avrebbe avuto ancora senso partire. Con lui avrebbe avuto senso fare tante cose.

Adesso ero felice a Londra. Mi accontentavo di stare al sicuro a casa, nella nostra casa. L’avevamo progettata insieme. Le mie avventure giornaliere si limitavano a camminare fino al parco, a poche miglia da dove abitavo, e osservare le increspature sulla superficie dell’acqua nel laghetto. Era il posto preferito di mio marito, per leggere un buon libro e chiacchierare. Era lì che mi aveva chiesto di sposarlo. Lì tutto sembrava più semplice e fantasticavamo sempre su come diventare eroi del nostro futuro.

Prima di morire, mi aveva fatto promettere che non avrei smesso di sognare. Avrei dovuto farlo per lui.

Ma non ero più riuscita a salire nemmeno su un treno che mi portasse troppo lontana da casa. Figurarsi un aereo.

Forse era per quello che avevo scelto di insegnare inglese agli stranieri. Avrei potuto fare altro, ritornare al mio vecchio lavoro d’ufficio, ma una forza sconosciuta dentro di me mi aveva portata verso quella strada.

Ero contenta di quella scelta, ogni giorno più del precedente, perché era diventato la mia nuova maniera di viaggiare. E, in qualche modo, sentivo di stare tenendo fede all’ultima promessa che avevo fatto a mio marito ed ero in pace con la mia coscienza.

Mi alzai dal divano stirando le braccia in aria. Churchill si avvicinò ai miei piedi. Iniziò a leccarmi le dita che spuntavano dalle infradito nere.

«Dai, Church! Smettila, così mi fai il solletico.»

Lo spinsi teneramente via con la gamba. Mi avviai verso la cucina per dargli da mangiare. Era diventato grosso, ma la sua bellezza di gatto certosino era rima- sta.

L’aveva scelto Peter. Esattamente un anno prima di morire. Come se avesse saputo che presto mi avrebbe lasciata e non avesse voluto che rimanessi sola.

Io non adoravo i gatti. Appartenevo al team “cane”. Ma i suoi grossi occhi gialli mi avevano conquistata dal primo giorno. Erano profondi. Certe volte ci annegavo dentro. Rimanevamo a fissarci per ore, persi in mille pensieri. Eravamo due vecchietti ormai, che si godevano la sicura compagnia dell’altro.

Mi sbagliavo di grosso sul conto di questi piccoli fe- lini; non erano per niente scontrosi e scorbutici come pensavo. Erano molto più simili all’uomo di quanto credessi. Anzi, molto più simili a noi donne.

Avevo impiegato un po’ di tempo a conquistarlo, ma alla fine ero riuscita a ottenere la sua completa fiducia. E lui mi aveva aperto il cuore.

Era come se avesse voluto mettermi alla prova per vedere se fossi degna di stare con lui. Se potesse davvero fidarsi di me. Non lo avevo deluso.

Aprii il frigo e presi un po’ di carne cruda che tenevo da parte. Era il suo pranzo preferito. Mi piaceva trattarlo bene.
Se la sbafò in poche leccate. Lo guardai mangiare sorridendo. Mi piaceva quando apprezzava il cibo che gli preparavo. Mi faceva sentire una brava padrona.

Io non avevo ancora fame. Erano quasi le due ma la mia pancia non dava segni di volersi riempire ulteriormente. Era ancora sazia dall’abbondante colazione; avrei mangiato della frutta per merenda.

Avevo un po’ di tempo prima della lezione successiva.

Mi diressi fuori, in giardino. Faceva caldo. Il sole brillava alto nel cielo. Chiusi per un attimo gli occhi per abituarmi alla luce. Era una stagione anomala. Non ero avvezza a tutto quel calore. Non lo era nemmeno la città. La poca erba rimasta nei parchi era diventata gialla e secca. La pelle pallida delle persone stava ini- ziando ad arrossarsi, e per strada si vedevano solo nasi e guance scottati dal troppo sole.

Guardai in alto. Le nuvole correvano veloci sopra la mia testa. Quasi fossero in ritardo per un appuntamento importante. Non sentivo l’aria in faccia. Era tutta concentrata lassù.

Un aereo passò in quel momento. Non era alto. Vidi il riflesso del sole sui finestrini. Stava atterrando. Chissà chi c’era seduto là sopra. Quanti stavano ritornando a casa e quanti erano in procinto di iniziare un nuovo viaggio. Mi piaceva fantasticare sulle vite dei passeggeri di un aereo. Lo facevo tutte le volte che ne vedevo uno. Era il mio gioco preferito da bambina. Me lo aveva insegnato mio padre per far passare più in fretta tutte le ore di attesa di un volo. Era stato lui ad abituarmi a volare. Lui e i suoi insegnamenti in giro per il mondo. Era stato un insegnante, come me. Un maestro espatriato che diffondeva le sue conoscenze tra i visi curiosi dei ragazzi nati nelle colonie inglesi sparse nel globo. Avevo imparato da lui l’arte del vagabondare.

Io ero nata durante uno dei suoi “pellegrinaggi”, come piaceva chiamarli mia madre. A Hong Kong. I miei fratelli in altri ancora: Gibilterra, Rhodesia e Malesia.

Raggiunta la maggiore età, ero stata l’unica a imitarlo, per un po’. In fondo io ero quella che gli assomigliava di più, avevamo lo stesso carattere. I miei fratelli, invece, avevano giurato che non avrebbero mai più messo piede fuori di casa. Ed erano stati di parola.

Avevano sofferto molto la solitudine del continuo cambiamento e del distacco dai luoghi e dalle persone che imparavamo ad amare e a chiamare casa. Era stato doloroso per loro vedere la sofferenza di nostra madre per i continui spostamenti. Avevano pianto ogni volta che avevamo dovuto salutare i nonni al termine delle vacanze estive e natalizie e lasciare Londra. Avevano odiato quella vita e forse anche nostro padre.

Io no. Capivo il suo interesse e la sua voglia di evadere da ogni tipo di confine e barriera fisica. Adoravo la sensazione di vitalità che mi pervadeva appena sentivo decollare l’aereo e abbandonavo le certezze a cui ero abituata. Mi entusiasmavo ogni volta che preparavo la valigia e dovevo partire.

Ero uno spirito libero. Forse continuavo a esserlo. Ma, non essendo più giovane, facevo fatica a farlo volare veloce come una volta. Quanto mi mancavano mio padre e quei tempi.

Sospirai ed espirai con la bocca aperta facendo rumore. Se non facevo attenzione, rischiavo di rimanere ore immersa nel ricordo di qualcosa che non c’era più. Non ero più una viaggiatrice di fatto, ma ero rimasta una grande pensatrice. Peter diceva sempre che non mi serviva uscire di casa per viaggiare; mi bastava usare il mio “pensiero alato”, come gli piaceva definirlo prendendomi in giro. Sorrisi tra me ripensando a quante volte mi aveva sgridata teneramente perché non gli prestavo attenzione.

Churchill rese nota la sua presenza. Si stava strusciando contro le mie gambe da qualche minuto pre- tendendo delle carezze; ero talmente abituata ad averlo tra i piedi e addosso che non ci facevo nemmeno più caso. Era peggio di una guardia del corpo. Non mi mollava un attimo. Se mi spostavo in una stanza, arrivava dopo poco, con fare noncurante, per venire a sedere addosso a me.

Guardai l’ora. Mancavano due minuti alle due. Do- vevo rientrare. Il dovere mi chiamava.

Presi in braccio Churchill che apprezzò il gesto fa- cendo le fusa e passando il muso contro la mia testa.

«Forza, piccolo. Andiamo a conoscere una nuova amica.»

** *

Mi sentivo stanca. Avevo voglia di togliere gli occhi dallo schermo e la mia gola richiedeva litri di acqua per sciogliere la secchezza che la teneva prigioniera.

Ero riuscita a parlare per più di tre ore di fila. La lezione prevista era di due ore ma, dopo il trillo del cellulare per avvisarmi della fine, avevo continuato il discorso. Non mi ero resa conto che un’altra ora era volata via. Per fortuna non avevo altri studenti dopo. Avevo finito con il lavoro.

Con il bicchiere colmo d’acqua fresca ancora attaccato alla bocca, mi avvicinai all’agenda per segnarmi le ore fatte. Scrissi un grosso DUE. Non potevo addebitarle l’ora extra causata dalla mia parlantina.

Ripensai alla mia nuova studentessa appena cono- sciuta, Ana.

Lo facevo ogni volta che entrava nella mia vita una nuova persona. Mi piaceva fantasticare sulla sua vita per cercare di intuire che tipo potesse essere, cosa amasse e odiasse fare. Questo lavoro mi aveva resa ancora più empatica di com’ero.

Sebbene cercassi sempre di rimanere distaccata e riservata, tentavo subito di capire che persona avessi davanti per impostare al meglio le lezioni. Realizzai che con Ana avevo detto molto di me stessa. Ed era stata solo la prima lezione. Strano. Qualche pezzo della mia vita privata mi era scivolato via tra le parole e gli esercizi svolti. Mi era piaciuta subito come persona. Mi aveva trasmesso delle sensazioni positive. Forse mi aveva fatta sentire a mio agio il suo modo di parlare e, soprattutto, di non parlare, con il suo sorriso timido ma curioso e la sua voglia di imparare. O il fatto che anche lei era un’insegnante e mi rivedevo molto in ciò che faceva e in cui credeva. Come me da giovane, pensava di poter cambiare il mondo. Non era ancora stata scottata dalla vecchiaia per capire che era il mondo a cambiare noi.

Era una giovane brasiliana, molto carina, sui trent’anni. Una bambina per me, con circa la metà dei miei anni. Abitava a Rio de Janeiro o nei dintorni. Non avevo ben capito. Il suo inglese era di medio livello con un pesante accento sudamericano. Mi era piaciuto sentirlo. Non l’avevo mai udito così bene; non cono- scevo nessuno di quelle zone e non mi era mai capita- to, tra i miei viaggi da giovane, di visitarle.

Era un’insegnante, specializzata in letteratura, filosofia e nello studio dei testi antichi. Faceva anche la traduttrice e aveva vinto un concorso che l’avrebbe portata a lavorare qua a Londra, verso la fine della no- stra estate, per la traduzione di una famosa opera letteraria, insieme ad altri professionisti provenienti da tutto il mondo. Era stata scelta tra tutte le insegnanti e studiose del Paese. Era in gamba e molto entusiasta per il progetto. Un po’ spaventata dall’ardua impresa ma anche eccitata. Non era mai stata in Europa.

L’accademia inglese che l’aveva scelta le pagava addirittura le lezioni con la sottoscritta, ben centocinquanta ore, per migliorare la lingua. Serviva il suo sapere e io avevo il compito di insegnarle a esprimerlo al meglio nel giro di pochi mesi.

Le aveva dato il mio contatto una delle grosse agenzie di lingua per cui ero solita lavorare. Lei aveva richiesto espressamente una persona di fiducia, una donna, flessibile, un po’ fuori dagli standard classici dell’insegnamento. E avevano pensato a me.

Per un attimo la invidiai. Non tanto per l’aspetto fisico, alto, slanciato e abbronzato, o per il solare viso incorniciato da lunghi capelli castani dov’erano incastonati due grossi occhi scuri dalla forma lievemente allungata, ma per l’adrenalina che la vita le stava con- cedendo.

La stava preparando a una grande sfida. Presto sa- rebbe stata in un altro continente. In un altro emisfero. Avrebbe respirato nuovi odori e nuove temperature. Ascoltato suoni diversi da quelli a cui era abituata. Magari si sarebbe potuta innamorare e non avrebbe fatto mai più ritorno al suo nido di nascita.

Non conoscevo ancora la sua situazione privata. Non sapevo se qualche anello o pargolo le potesse impedire di dare un taglio netto alla sua vecchia vita.

Mi era sembrata uno spirito libero. Come lo ero io. Chissà. A ogni modo, avrebbe vissuto qualche mese di straordinario cambiamento che l’avrebbe segnata per sempre. Avrebbe fatto qualcosa di nuovo. Di di- verso. Qualcosa di cui sarebbe andata fiera e, di lì a molti anni, da saggia anziana, l’avrebbe ricordato con gioia e gratitudine perché aveva fatto qualcosa per cui valeva la pena vivere.

«Eh, la gioventù, vecchio mio. Una volta che hai im- parato a conoscerla, significa che l’hai persa.»

Presi Churchill in braccio e gli diedi un piccolo bacio in testa. Mi rispose con un leggero miagolio.

«Forza! Portiamo queste vecchie ossa a scaldarsi e a godersi il meritato riposo.»

Ancora con l’immagine di Ana in mente, mi diressi felice verso il mio giardino, dove mi attendeva la sdra- io già rivolta perfettamente per farmi baciare dal sole.

** *

Non mi era mai capitato di sudare così tanto per tutti quei giorni di fila. Non a Londra, almeno.

Mi sembrava di essere ritornata in Oriente dove il caldo umido mi faceva compagnia nelle fatiche quotidiane. Avevo limitato le mie uscite al parco dopo pranzo. Troppa fatica.

Come mia madre era solita consigliarmi, avevo ini- ziato a farmi centrifughe di qualsiasi cosa pur di bere e dissetarmi. Pensavo sempre che se solo avesse potuto vedermi, sarebbe stata felice. Per una volta la sua figlia ribelle la stava ascoltando.

La sveglia del telefono squillò. A breve avrei avuto una lezione. Non persi tempo ad andare a vedere chi dovevo incontrare. Lo sapevo già. Ormai ci vedevamo tutti i giorni.

«Buon pomeriggio, Ana! O meglio, buongiorno. Come stai oggi? Sembra essere una stupenda giornata anche lì.»

Nella stanza in cui si trovava, entrava una forte luce luminosa. Probabilmente il soggiorno a giudicare dallo scarso arredamento che riuscivo a vedere.

Il suo viso sorridente sbucò dal monitor. Mi sembra- va sempre perfetta, ben curata, sebbene spesso indossasse una tuta da casa e fosse struccata e pettinata con acconciature inverosimili.

Con lei avevo subito adottato un comportamento amichevole, quasi fraterno; avevo intuito che era il mi- glior modo per instaurare, nel breve, un forte rapporto di fiducia.

Il mio primo obiettivo era di mettere i miei studenti a loro agio. Altrimenti non sarei riuscita ad aiutarli a migliorare.

L’inglese di Ana era molto scolastico. Aveva poi stu- diato da sola, attraverso la lettura di libri e le serate passate a guardare i telefilm in lingua originale.

Era portata. Avevo visto quanto si voleva impegna- re, e migliorava in fretta. Ma era un po’ imbarazzata a parlare, in parte perché sapeva di non essere perfetta e questo la frenava, in parte per la componente di timidezza del suo carattere.

Per questo non la correggevo a ogni errore, la lasciavo parlare quando si lanciava traballante in una conversazione e le parlavo tanto per non farla sentire a disagio.

Se non facevo domande dirette, gli studenti si sentivano più motivati a inserirsi nella conversazione e a dire la loro opinione. Non si sentivano sotto interrogatorio.
«Benissimo! E tu? Qua ci sono venticinque gradi.

Temperatura perfetta.»
Se pensavo che lì era inverno, mi venivano ancora di più i brividi. Non avrei mai sopportato un anno intero a quelle temperature. La vecchiaia mi aveva resa allergica al troppo caldo.

Mentre parlava, iniziò a camminare e mi trovai pre- sto su una terrazza. Il cielo davanti a me era di un az- zurro chiaro intenso. Sembrava finto. Una collina face- va da sfondo alla sua testa.

Guardai meglio. Mi avvicinai addirittura allo schermo.

«Ma quello… quello è…»

Ana vide cosa stessi fissando e intuì la mia titubanza; spostò il computer in modo tale che lo visualizzassi meglio.

«Sì, è lui. È il nosso Cristo Redentor.»
«Wow. È stupendo. Si vede bene da dove vivi.»
«Sì, sono fortunata. Abito nel quartiere Lagoa, praticamente davanti alla montagna del Corcovado. Dalla mia via, Jardim Botânico, c’è un’ottima vista.»

«Eh sì. Davvero. Ma quanto è alto?»
«Quasi quaranta metri.»
Feci velocemente la conversione per capire. Poco più di centotrenta piedi.
«Non male per una statua.»
Sorridemmo entrambe.
«Sei mai stata a Rio?»
«No. Purtroppo no. Ho visto tante immagini e video della città, della sua musica, delle spiagge, dei suoi famosi carnevali… ma non ci sono mai stata. E non penso proprio che ci verrò mai, purtroppo. Sono anziana, le mie ossa non reggerebbero a quel lungo viaggio.»

Mi piaceva esagerare sulla ma età e sul mio stato fisico. Non ero ancora un catorcio da rottamare, lo sapevo. Forse lo dicevo solo per sentirmi contraddire e guadagnarmi qualche complimento gratuito, non sapevo. Non avevo mai avuto la sindrome di Peter Pan ma, negli ultimi anni, l’avanzare incessante dell’età mi stava spaventando e mi rendeva più pensierosa e insicura.

«Ma no, Liz. Non sei vecchia. E poi l’hai detto tu la scorsa lezione che l’importante è sentirsi giovani den- tro. E tu hai sicuramente uno spirito da ragazzina. Potresti scrivere un sacco di libri con tutto quello che sai. Hai una vita davvero piena. Invidiabile.»

Risi per quello che aveva appena detto.

«Ti ringrazio molto ma purtroppo ci vogliono anche gambe e mente fresca per attraversare l’oceano e buttarsi dall’altra parte del mondo. Io ho chiuso con i viaggi, davvero. Mi rincresce dirlo ma è così. Lascio spazio a voi giovani.»

«Hai viaggiato così tanto prima?»

Non avevo ancora raccontato ogni aspetto della mia infanzia e adolescenza da nomade. Non conosceva tut- te le mie avventure spirituali in Oriente. Le gare notturne sui cammelli nei deserti africani. I bagni nelle calde acque termali sotto l’aurora boreale. Le stagioni trascorse tra le tribù aborigene dell’Australia che mi avevano insegnato i loro riti e usanze.

Ne avevo di fatti da raccontare, era vero. Ero un libro di esperienze da condividere e insegnare. Tante. Troppe. Sicuramente qualcuna me l’ero per sempre persa. Ma le migliori, le mie preferite, erano ancora vive dentro di me. E prendevano vita appena ci ripensavo e le condividevo con qualcuno.

Sorrisi allo schermo. Mi sedetti meglio, appoggiando la schiena sul divano, e allungai le gambe. Constatai che il bicchiere d’acqua vicino a me era pieno.

«Diciamo che mi sono difesa bene.»

E iniziai a raccontarle alcuni aneddoti appresi durante i miei lunghi pellegrinaggi.

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