Avvento – l’Eco dei ricordi parte II


All’amore che va oltre le distanze e le differenze. A quell’amore che accende gli animi al primo tocco e spegne i vuoti interni. Al vero amore. Motore di vita.

Capitolo II

“Noo! Non ci credo! Un’attività da fare interagendo con qualcun altro! Uno sconosciuto a cui dovrò dire i miei pen- sieri e le cose più private. Impossibile. Palmer è impazzito!”

Se fino a pochi minuti prima avevo adorato il professore, adesso lo odiavo.

Perché non si comportava come tutti gli altri lasciandoci tranquilli alle nostre vite? Non avevo mai studiato con un’altra persona, non sapevo nemmeno come dovevo comportarmi. Un conto era iniziare a parlare ad alta voce per qualche minuto in aula, un altro era studiare da sola per ore con uno estraneo.

“Lo dovrò invitare a casa mia? O dovrò andare io a da lui?”

Non mi piaceva nessuna delle due scelte.

«Cosa ti turba Ellie? Riguarda il compito che vi ha asse- gnato il professor Palmer?»

F5 camminava di fianco a me e aveva notato il mio sguardo arrabbiato; riusciva a riconoscere centinaia di espressioni facciali e aveva memorizzato quelle che usavo di più.

«Mah, sì. Non ho proprio voglia di condividere i miei fat- ti personali con un estraneo e studiare insieme a lui soltanto perché ne sono obbligata. È ingiusto. Anzi è contro natura. Rischio di lavorare male e di non prepararmi abbastanza bene. È uno degli ultimi esami, non voglio rovinarmi la media dei voti.»

Feci una piccola pausa per riprendere fiato. Avevo la bocca impastata per la rabbia.

«Con la fortuna che ho, capiterò sicuramente con qualche ragazza viziata tipo Lucy, che mi guarderà per tutto il tempo con disprezzo solo perché i miei genitori non sono ricchi quanto i suoi.»

Misi le mani nelle tasche della gonna e abbassai lo sguardo a terra. Facevo spesso così quando qualcosa mi infastidiva e mi sentivo impotente.

Fissai i led notturni sulla strada. Erano spenti, ma si riconoscevano chiaramente per come la luce si rifletteva sopra. Era difficile non notarli. Non mi azzardavo mai ad avvicinarmi troppo.

Una volta, da piccola, mentre andavo a prendere il maglev sotterraneo, un bimbo della mia stessa età aveva supe- rato la linea dei faretti ed era finito sulla carreggiata su cui transitavano i mezzi.

Un allarme assordante era partito immediatamente, rimbombando per tutta la via insieme al pianto disperato del bambino. Nonostante la madre gli urlasse di ritornare indietro, lui non si decideva a muoversi, scalciando e urlando isterico, e tappandosi le orecchie con le mani per attutire quel suono spaventoso. Poco dopo era arrivato un sorvegliante per ripristinare l’ordine, ma fino a quando il piccolo non era rientrato nell’area pedonale, il suono non aveva cessato di perforarci i timpani. Successe tutto nel giro di pochi minuti, ma ne rimasi traumatizzata quanto quel bambino, e da allora ho sempre avuto l’ansia di avvicinarmi troppo ai led e rivivere quegli attimi di terrore.
«Stai calma, Ellie, non sei obbligata a ospitarlo a casa. Potete incontrarvi nelle sale studio dell’Università, se preferisci, così entrambi vi sentirete più tranquilli. Sono sicura che anche i tuoi compagni sono agitati per il compito. Si tratta di una delle vostre prime esperienze dirette, ma vedrai che dopo ti sentirai più a tuo agio.»

«Ma a cosa serve? Saranno rare le volte in cui dovremo incontrare dal vivo i nostri futuri colleghi e datori di lavoro. Dai! È solo per farci agitare in questi ultimi mesi prima della laurea.» Senza volerlo, avevo alzato la voce. Per fortuna la strada era deserta.

«Non li vedrai di persona, ma è come se fosse così, lo sai. È solo il modo più facile e rapido per abituarvi agli altri. Pensa che una volta gli esseri umani erano in contatto continuo e si parlavano direttamente. I sistemi elettronici non esistevano, ma nessuno è mai morto per questo. Ora non ci pensare più. Stasera sapremo chi sarà il tuo partner, ma comunque avrai settimane per prepararti all’incontro. La consegna è prevista tra tre mesi.»

F5, come sempre, aveva ragione, ma la cosa mi spaventava e imbarazzava comunque.

Non ero abituata a trovarmi fisicamente davanti a un estraneo, per giunta da sola, e a dover sostenere una conver- sazione che sarebbe durata più di cinque minuti.

Sin da bambini ci insegnavano a stare in silenzio e a giocare per conto nostro, piuttosto che condividere momenti e pensieri con i nostri genitori. Degli anni della mia infanzia rammentavo soltanto quanto mia madre fosse indaffarata col suo B8 e di mio padre non avevo neppure dei ricordi, visto che rientrava dal lavoro sempre a sera inoltrata e che nei weekend era spesso fuori casa per affari o faccende personali. Ripensando a tutto ciò, mi venne in mente che era da un po’ che non sentivo i miei. Forse era passato un mese dall’ultima telefonata. Ero curiosa di sapere come stavano.

«Chiama mamma, per favore, la voglio salutare.»

Pochi secondi dopo sentii la voce allegra di mia madre emergere da una miriade di suoni metallici; stava sicuramen- te studiando qualche vecchio utensile o elettrodomestico per capire com’era fatto. Le piaceva studiare gli oggetti del passato, era appassionata di storia, soprattutto quella del XX secolo. Adesso che non doveva più lavorare, passava quasi tutto il giorno a documentarsi e provare a ricostruire ogni tipo di oggetto che attirasse la sua curiosità. Purtroppo era stata costretta a occuparsi di un lavoro completamente di- verso, ma adesso che era libera dai doveri, si dedicava anima e corpo alla sua passione.

«Ciao Ellie, come stai? Come va l’università? Ti volevo chiamare, l’altro giorno, ma poi mi sono messa a studiare un phon e mi sono dimenticata. Scusami, ma ho controllato sul tuo F5 che stavi bene, così non mi sono preoccupata trop- po,» concluse ridacchiando.

Mia madre, sebbene non si facesse sentire molto, controllava sempre i miei parametri di salute; forse ciò la faceva sentire meno in colpa per quanto poco fosse presente nella mia vita.

«Un cosa? Phon? Va beh, lascia stare.»

Non avevo voglia di sentirla blaterare per mezz’ora di uno dei suoi cimeli antichi.

«Volevo sapere come state. Tu e papà siete rimasti a casa in questi giorni? Avete dei programmi?»
Alla loro età potevano concedersi il lusso di gestirsi i tempo libero senza sottoporsi alle rigide regole del Sistema. O quasi.

«Stiamo bene, Ellie. Papà brontola sempre, lo sai com’è fatto. Ora poi che ha male alle gambe e deve stare a riposo, si lamenta ancora di più, ma stiamo bene. Il prossimo mese andremo al centro termale per i soliti trattamenti. Staremo via per qualche settimana, credo. Tu? Hai finito gli esami? Quando ti laurei?»

«Mamma, te l’avrò detto dieci volte! Il giorno dopo il sol- stizio. È anche facile da ricordare. Mi raccomando, vorrei proprio che veniste. Sai ti volevo chiedere…»

Stavo per raccontarle ciò che mi stava turbando per avere un suo parere, quando un suono stranissimo, come un forte soffio, mi impedì di parlare. Proveniva senz’altro da quel phon, o come diavolo si chiamava.

«Scusa, Ellie, cos’hai detto? Non riesco a sentirti bene. Questo affare non si spegne, aspetta un secondo. Comun- que, certo, ci saremo, al solstizio.»

Il rumore si fece ancora più assordante.

«No, mamma! È il giorno dopo il solstizio! Ti rimando l’appuntamento con l’invito. Lascia perdere, tanto non rie- sco a sentirti, ci sentiamo un’altra volta. Saluta papà.»

Prima che la telefonata terminasse, udii il volume di quel coso aumentare ancora e mia madre che urlava tutta euforica nel tentativo di spegnerlo. Gli parlava come se fosse un bambino.

«Certe volte è più affettuosa con quegli oggetti antichi che con me.»

«Ti vuole bene, non dubitarne mai.»

F5 aveva intuito i miei pensieri. Dopo la chiamata ero rimasta imbambolata a fissare il vuoto con uno sguardo perso e triste. Come sempre, il conforto di cui avevo bisogno non era arrivato. Capitava spesso così, con mia madre. Eppure continuavo a sperarci.

Le porte d’ingresso del palazzo in cui abitavo, riconoscendoci, si aprirono. Non mi ero neppure accorta di essere arrivata a casa. L’ascensore era già arrivato e in pochissimi secondi ci portò direttamente nel mio appartamento, al trentottesimo piano.

Era ora di pranzo, ma non avevo appetito. Mi capitava ogni volta che ero nervosa o in ansia per qualcosa. Ma sapevo che non mi era concesso sgarrare, così andai in cucina e aprii il frigo.

Presi il contenitore e tolsi il coperchio per capire cosa mi sarebbe toccato quel giorno: insalata con carne ai ferri. Per fortuna mi piacevano.

Portai il pranzo in camera mia e sistemai i piatti sulla scrivania. F5 l’aveva già apparecchiata e mi stava aspettando ac- canto alla sedia per farmi vedere la serie televisiva che guardavo di solito mentre mangiavo. Appena fui pronta, il robot proiettò la puntata a cui ero arrivata e mi godetti trenta minuti di relax senza pensare a qualunque problema o fastidio mi tormentasse la vita, concentrandomi sulle voci dei miei personaggi animati preferiti e a gustare il cibo. Come ogni volta, avrei voluto durasse di più, ma F5 finita la puntata spense il proiettore e iniziò a riportare la roba in cucina.

Non avevo voglia di mettermi subito a studiare, sentivo il bisogno di tenere la mente occupata per non agitarmi e pensare troppo. Dovevo fare attività fisica.
A casa non avevo i macchinari idonei per poter sfruttare il programma della palestra, quindi dovevo per forza andare al centro sportivo. Per fortuna quello più vicino si trovava nell’attico dell’edificio a fianco al mio, a poca distanza.

Il tempo trascorso in palestra, seppur massacrante nei primi minuti, fu stimolante e mi aiutò a buttare fuori un sacco di pensieri negativi e ansie. F5 monitorava i miei parametri; io non dovevo pensare a nulla. Solo a correre e muover- mi. Lì dentro nessuno si parlava e ognuno faceva gli esercizi con i propri robot senza badare agli altri.

Una volta arrivate a casa mi voltai verso F5 e, senza dire altro, la guardai intensamente. Lei comprese al volo. Mi era tornata l’agitazione.

«Va bene, eccola,» disse. «È stata messa online una venti- na di minuti fa.»

Davanti a me si materializzò la proiezione di un foglio bianco.

Scorsi in fretta la lista che Palmer aveva mandato, e quando individuai Ellie Tany mi bloccai per un momento, poi mi feci coraggio e lessi il nome scritto accanto. Per poco non lasciai cadere la borsa a terra. Controllai più volte per assicurami che il nome fosse proprio quello e che abbinato a esso ci fosse il mio. Ma non c’erano dubbi. Non mi ero sbagliata. Non che avessi qualcosa contro la persona con cui dovevo fare coppia, dato che neppure la conoscevo, ma non mi sarei mai aspettata un partner del genere.

“Si tratta di un maledetto maschio.”
Era Mitch. Mitch Idras.
Sarebbe stato lui il mio compagno per il progetto del professor Palmer.
Guardai sbigottita F5 e poi ancora la lista. Il nome era sempre lì, e non sarebbe sparito.
La cosa mi avrebbe ossessionata fino a quando non l’avrei incontrato.

Nelle settimane successive non riuscii più a sognare, né mi svegliai nel cuore della notte dopo l’urlo agghiacciante della donna e la frenata brusca del treno. Ogni sera, prima di cenare, andavo con F5 in palestra per scaricare l’ansia e la fatica della giornata e, quando mi mettevo a letto, crollavo subito.

Continuavo a fare la mia vita come se non fosse cambiato niente, ma spesso mi fermavo a pensare a Mitch e al nostro imminente incontro. Avevo riguardato il suo file più e più volte ed ero sicura che avesse fatto altrettanto anche lui, ma nessuno dei due aveva ancora provato a contattare l’altro. Eppure ormai mancavano pochi giorni.

Non sapevo come gli altri compagni di corso avessero gestito la situazione. Non avevo l’abitudine di sentirli e non sapevo nemmeno a chi chiedere. Ma noi eravamo stati gli unici sfortunati a ritrovarci in una coppia mista.

“Che sfiga!”

Mi rifiutavo di chiamare mia madre per un consiglio, sapendo che si sarebbe concentrata su di me per i primi secondi della telefonata per poi attaccare a parlare dei suoi nuovi esperimenti. Non che mi dispiacesse, ma a volte quel- la superficialità nei miei confronti mi infastidiva. Ero pur sempre sua figlia. Meritavo più attenzioni. Solo F5 mi ascoltava veramente.

«E se ci avessero messi insieme perché siamo destinati?» le chiedevo ogni volta che non riuscivo più a gestire l’angoscia. Conoscevo già la risposta, il robot ribatteva sempre nello stesso modo. Ma mi tranquillizzava sentirgliela ripete- re.

«Se fosse così, allora saresti fortunata ad avere la possibi- lità di passare del tempo con lui; non a tutti è concessa una simile fortuna. Dovresti sentirti onorata.»

«Tu non ne sai ancora niente, giusto?»

«No, Ellie, certo che no. Sai bene che appena mi inviano questa informazione sono tenuta a comunicartela subito. Stai tranquilla, ora, e non pensarci troppo. Hai deciso dove lo vuoi incontrare?»

«No, non ancora. Tu dove pensi sia meglio?»

«Considerato lo stato d’animo in cui ti trovi, consiglio un posto che ti sia familiare. Qui, a casa, oppure all’università.» Ero arrivata alla stessa conclusione anch’io, ma ancora non sapevo dove potesse essere meglio. Vedere Mitch a casa mia mi avrebbe senz’altro messa più a mio agio, ma allo stesso tempo mi sembrava una situazione troppo intima. «Cavoli, non so proprio cosa fare. E non so nemmeno a chi chiedere consiglio.»
«Lo hai appena chiesto a me, Ellie.»
«Sì, sì, certo. Mi riferivo a qualcuno di più… più… ecco… più umano, che comprenda i sentimenti che provo in questo momento. Per te è semplice prendere decisioni senza interpellare la sfera emotiva.»

«Allora prova a farlo anche tu. So che è un’esperienza nuova e che ti senti a disagio a stare da sola con un ragazzo, ma vedrai che non sarà poi così difficile e supererai brillantemente la prova, come hai sempre fatto nella vita.»
Aveva ragione. Ma ciò non mi impediva di agitarmi.
«Fai finta che sia un F5 come me, con cui dovrai soltanto

leggere, rispondere a una serie di domande e chiacchierare un po’. Tutto qui. Vedilo per quello che è: un compito da svolgere che ti ha assegnato il professore. Ti consiglio però di decidere in fretta e contattare Idras. Probabilmente aspet- ta che sia tu a organizzare l’incontro per non metterti sotto pressione, ma vorrà sicuramente sapere qualcosa. Sono cer- ta che è agitato almeno quanto te.»

A quelle parole mi calmai un po’.

In effetti era ovvio che Mitch fosse nervoso a sua volta. Nessuno di noi era avvezzo a parlare in pubblico, neppure i ragazzi, sebbene si dimostrassero più spavaldi e sicuri di sé.

«Hai ragione. Tutto sommato preferisco incontrarlo qui, non voglio che all’università, vedendoci insieme, gli altri si facciano l’idea che siamo destinati. Qui perlomeno mi sentirei al sicuro, senza il peso degli sguardi degli altri.»

«Allora, sia. Lo chiamo o gli scrivo?»
«Scrivigli! Mica mi metto a chiamarlo!»
«Ok, a che giorno e ora fisso l’appuntamento?» «Pensavo tra una settimana esatta, subito dopo pranzo.

Così abbiamo tempo sufficiente per finire il test e magari impostare il caso di studio, che poi ciascuno potrà finire per conto proprio.»

«No, Ellie, anche quello è da fare insieme, come da richie- sta del professor Palmer. Appuntamento inviato.»

Le lanciai un’occhiata carica di stizza. Non potevo chiedere a un robot di mentire per me davanti a una carica istituzionale. Sebbene fossero impostati per obbedire ai nostri comandi, alcune delle regole comportamentali con cui erano stati programmati erano impossibili da violare o cancellare.

Con ciò, mi avviai mogia nell’altra camera per finire i compiti, richiudendomi la porta alle spalle come per lasciare fuori i brutti pensieri.

Riuscii a studiare per qualche ora senza distrarmi. Dopo pranzo riuscivo a carburare meglio e la mia mente era più attiva e ricettiva che al mattino o alla sera. Quel giorno non sentii nemmeno il bisogno di riposarmi. A metà pomeriggio entrò in camera F5.

«Vuoi mangiare qualcosa prima di andare in palestra? Ti preparo della frutta?»

«Sì, grazie.»

«Idras ha confermato l’invito e ha aggiunto che è contento di poter lavorare con te. Ti ha inoltre augurato una buona serata. Ti manda un abbraccio.»

Provai un senso di disagio. Sentii le guance bruciare come fuoco vivo. D’istinto voltai il viso per non farmi vedere da F5 e con indifferenza la ringraziai per l’aggiornamento. Era il primo messaggio carino che un ragazzo mi avesse mai mandato. Mitch era stato gentile, e adesso incontrarlo mi faceva un po’ più piacere, sebbene fossi ancora agitata.

Riuscii a terminare i compiti senza distrazioni, fino a che non udii l’avviso di prepararmi. Con un sorriso che non ri- uscivo a togliermi dalle labbra, andai in cucina e mangiai la frutta già tagliata a pezzi e sistemata in una ciotola al centro del tavolo.

«Stasera cosa c’è per cena?» chiesi mentre giocherellavo con il cucchiaio nella tazza. Avevo voglia di qualcosa di buono, che soddisfacesse il palato, quasi per festeggiare la mi allegria.
«Zuppa di cereali e formaggio light.»
«Non posso cambiare e mangiare queste cose domani?

Avrei voglia di qualcosa di più gustoso.»
«No, è già arrivato e non lo posso sostituire, mi dispiace.

A te piace la zuppa, comunque,» rispose F5 una volta richiuso il frigo.

«Ma perché deve arrivare sempre così presto?» sbottai stizzita.

Non volevo fare la bambina viziata, ma quella sera avevo proprio voglia di mangiare qualcosa di diverso.

Le mie analisi erano sempre perfette, non avevo intolleranze o allergie e facevo attività fisica tutti i giorni. Sarebbe stato confortante ricevere una ricompensa, di tanto in tanto.

«Non si può cambiare, te l’ho detto. Le richieste particolari devono essere inoltrate ventiquattr’ore prima del pasto, per poter essere valutate ed eventualmente preparate.»

«Ma no, lascia perdere,» sbuffai risentita. «Vado in bagno e poi usciamo.»

Mi trascinai fuori dalla cucina. Insoddisfatta. E delusa.

A volte quel controllo perenne sulla mia vita mi esaspera- va. Era sicuramente comodo avere sempre i pasti pronti, ma era anche frustrante non essere mai in grado di accontentare i propri desideri. Nessuno sapeva più cucinare. E volendo non avrebbe neppure potuto, visto che nelle abitazioni non c’erano gli oggetti necessari per farlo.

Il giorno dell’incontro arrivò.

La tensione si era allentata ed ero stranamente tranquilla. Mi capitava spesso di agitarmi molto prima di un evento importante, per poi ritrovarmi del tutto svuotata al momento di affrontare la cosa. Avevo pensato a tutto: all’abbigliamento casual, a dove ci saremmo seduti, a cosa avrei offerto da mangiare e bere, alle prime frasi di benvenuto… Ogni giorno rileggevo la scheda di Mitch per memorizzare meglio le sue caratteristiche; ormai mi sembrava di conoscerlo meglio di me stessa. F5 sarebbe rimasta insieme a noi per tutto il tempo, e verso le sei del pomeriggio mi avrebbe avvisata dicendo che dovevo prepararmi per la palestra. Era stato tutto organizzato.

Terminai velocemente il mio pranzo e corsi in bagno a prepararmi.

Alle 13,30 esatte, si illuminò un avviso dalla reception, annunciando che un ospite chiedeva di salire. Poco dopo un debole suono intermittente si propagò per tutta la casa e dallo schermo a lato dell’ascensore comparì la foto di Mitch assieme ai suoi dati principali.

«Posso farlo salire? Dai il permesso?» domandò F5.

Nonostante conoscesse la risposta, era obbligata ad avere, per qualsiasi richiesta, la mia approvazione.

Feci “sì” con la testa e mi diressi all’entrata per accogliere il mio ospite.

La tranquillità che avevo provato fino a un istante prima si dissolse con un brivido lungo la schiena. Attesi che l’a- scensore arrivasse al piano per quelli che mi sembrarono i secondi più lunghi della mia vita.

“Ellie ce la puoi fare.”

Feci un respiro profondo. Le porte dell’ascensore si aprirono. Per la prima volta, un ragazzo mise piede in casa mia. «Ciao Mitch, benvenuto. Il viaggio è stato comodo? Hai

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bisogno di qualcosa? Vuoi da bere o da mangiare?» lo subissai di domande. Troppe.

Quasi mi dolevano i muscoli della bocca per quanto sor- ridevo nel tentativo di sembrare a mio agio mentre il cuore mi galoppava nel petto. Mitch, al contrario, non pareva af- fatto nervoso. Entrò in casa sicuro di sé e si avvicinò per stringermi la mano in segno di gratitudine.

«Ciao Ellie. Ti ringrazio molto per avermi ospitato. Sono contento di poter fare la tua conoscenza diretta, dopo tutti questi anni di università. Sei gentile, ma ho appena pranzato. Possiamo metterci subito al lavoro,» disse con un’espressione gentile. Quindi mi afferrò la mano e la scosse come si faceva una volta. Una stretta calda e decisa. Sembrava sinceramente felice di trovarsi a casa mia.

Lo accompagnai in cucina, avevo ritenuto fosse meglio non farlo entrare nella mia camera. Il tavolo era già stato rifornito di succhi e frutta secca da sgranocchiare. I nostri robot ci seguirono in silenzio e andarono a posizionarsi contro la parete più lontana per non darci fastidio. Avevo già ordinato a F5 di non mettersi mai in stand-by.

«Mi piace il tuo palazzo, e la casa è molto bella,» osservò Mitch. Era fin troppo gentile, dato che sia l’uno che l’altra erano esattamente come i suoi e quelli di tutti gli altri studenti del corso. E comunque non erano poi così diverse da quelle standard, solo che nel nostro caso era il Sistema a fornirle gratuitamente, senza che le dovessimo riscattare con anni e anni di lavoro. A ogni modo, apprezzai il tentativo di rompere il ghiaccio.

«Grazie. Ho visto sulla tua scheda che anche il tuo pa- lazzo è bello. Sei persino più vicino all’università.» Vidi che cercava con lo sguardo un posto per posare le sue cose, ma non osava farlo senza il mio permesso.

«Metti pure lo zaino sullo sgabello accanto al tuo, e dim- mi se ti occorre qualcosa per il compito.» Dissi. Avevo visto che cercava con lo sguardo di capire dove appoggiarlo, non osandosi posarlo da qualche parte senza prima chiedere.

«No, penso di avere tutto. Ho portato sia le stampe dei test che del caso di studio. È così strano avere in mano dei fogli di carta! Hai preferenze su dove iniziare?»

«Dai test. Ho visto che ci sono un sacco di domande. Vorrei concluderli registrando le risposte e impostare il caso di studio, per poi finire per conto nostro o magari vedendo- ci via ologramma o video.»

Mitch mi guardò sorpreso, ma non disse nulla e prese i fogli del test. Me ne passò una copia. Sapevamo entrambi che tutti i compiti andavano terminati insieme, ma se avessimo fatto il più del lavoro, avremmo anche potuto definire gli ultimi dettagli in autonomia. O almeno quella era la mia idea.

«Sono pronto,» disse alla fine. «Vado con l’interrogatorio?»

Si rivelò essere un vero cavaliere. Anche alle domande più personali, si appuntò le mie risposte senza commentare né chiedere ulteriori dettagli. All’inizio fu imbarazzante rivelare a uno sconosciuto i pensieri più intimi riguardo alla mia vita e le aspettative sul futuro, ma in qualche modo mi abituai in fretta e cominciai a rispondere senza timori. In poco tempo cominciammo a chiacchierare come due vecchi amici.

Il professore Palmer aveva scelto accuratamente le domande per far emergere il nostro lato più intimo, così utilizzammo le tracce dei test per svelare curiosità e aneddoti che ci riguardavano, e le parole presero a scorrere come fiumi in piena. Presto compresi che anche Mitch era nervoso e che aveva preso confidenza man mano che avevamo imparato a conoscerci. I muscoli del suo viso si erano rilassati e parlava in modo meno impostato. Sorrideva sempre quando terminava una frase, e sebbene dalla lettura della sua scheda non lo avessi notato, aveva gli occhi di un colore bellissimo.

“Almeno quelli!” pensai malignamente.

Era una cattiveria, ma anche la verità: non aveva dei bei lineamenti. Non che fosse proprio brutto, non aveva grossi difetti estetici, ma non era decisamente il mio tipo. A parte il bel colore, gli occhi erano troppo piccoli e vicini, il naso sporgeva prepotente dal viso e la bocca non era che una linea sottile. La carnagione diafana era chiazzata di spruzzi di lentiggini e in testa aveva un casco di capelli castano chiaro spento. Non era senz’altro il mio uomo ideale, sebbene in fondo non sapessi neppure io come questo dovesse essere. Ma come amico Mitch sembrava perfetto, e legammo praticamente subito.

Avevamo molte cose in comune: figli unici, le nostre erano famiglie semplici che avevano ottenuto una buona condizione economica grazie al duro lavoro dei nostri genitori. Avevamo lo stesso QI, sopra la media, e ciò ci aveva permesso di venire selezionati per il corso di City Management. Entrambi amavamo leggere i libri di storia e i gialli e guardare film dell’orrore, nonostante ci spaventassimo al minimo rumore. Da piccoli avevamo scelto di praticare gli stessi sport tra quelli proposti dal Sistema e da allora eravamo sempre andati regolarmente in palestra. Era in ottima salute e non aveva mai avuto problemi di alcun tipo.
Non avevamo mai viaggiato né visto altro oltre alla Capitale, nostra città di nascita, ma non ci incuriosiva spostarci né fisicamente né virtualmente. Amavamo il comfort, la tran- quillità e soprattutto le nostre abitudini. Anche lui ammise di aver studiato a memoria la mia scheda e di aver provato più e più volte le frasi da pronunciare una volta entrato in casa; era spaventato all’idea di dover lavorare con una fem- mina, soprattutto perché ero la prima con cui si relazionava.

Però era contento non gli fosse capitata Lucy.
«Anche tu non la sopporti? Io la trovo odiosa.» dissi prendendo una manciata di noccioline.
«Odiosa,» ripeté lui facendo finta di scriverlo nei suoi appunti.
«Ehi, ora non metterti a fare la spia!» ridacchiai tirandogli addosso una delle arachidi.
Senza dire nulla lanciò un’occhiata alla ciotola sul tavolo, ma intuii le sue intenzioni prima che riuscisse ad afferrarla, allontanandola con uno scatto dalla sua portata. Mi guardò stupito e poi scoppiammo insieme in una fragorosa risata.

Il pomeriggio volò e riuscimmo a completare il test giu- sto pochi minuti prima che F5 mi ricordasse della palestra.

«Oh, non siamo riusciti a dare neppure uno sguardo al caso di studio,» fece Mitch con aria triste.

«Ti va se ci rivediamo la prossima settimana per finire? O preferisci via ologramma?» Proposi dopo un po’.

Sembrò entusiasta dell’idea, e onestamente lo ero anch’io. Dovevo ammettere che era stato piacevole trascorrere del tempo insieme. A parte F5, non parlavo mai con nessuno. In effetti non era poi così tragico rivolgersi a qualcuno di persona.
Mitch si alzò tutto contento. Il suo F5 si attivò e gli si mise al fianco per prendere il materiale che aveva lasciato sul tavolo. Li accompagnai alla porta e attivai l’ascensore. Le porte si richiusero inghiottendo l’immagine sorridente del mio nuovo amico che mi salutava agitando la mano come fanno i bambini felici.

Rimasi un momento a fissare la cabina che scendeva, poi mi riscossi e andai in camera. F5 stava già preparando la borsa con il necessario per la palestra.

«Ti sei trovata bene con Idras?.»

«Sì. Avevi ragione, non è male conversare e confidarsi con un’altra persona.» Cercai di non sembrare troppo en- tusiasta.

«Mi fa piacere. È stato un ottimo esercizio, che hai superato senza problemi. Sono sicura che non ci saranno intoppi, il prossimo anno, quando comincerai a lavorare,” osservò F5, quindi uscì per farmi cambiare, portando con sé la borsa.»

La compagnia di Mitch divenne un’abitudine.

Quando completammo anche il caso di studio conti- nuammo a vederci per ripassare insieme le altre materie, e in poco tempo diventammo veri amici. La sua presenza mi fece rendere conto di quanto fosse stata scialba la mia esistenza prima di allora, vissuta in solitudine, senza alcun contatto umano. Non che avessi mai sentito l’esigenza di averne. Come tutti, ero cresciuta con la convinzione che i robot bastassero a colmare ogni esigenza personale e non vedevo l’utilità di stabilire dei rapporti confidenziali con le altre persone. Era così che funzionava il Sistema, e non avevo mai trovato nulla da obiettare.

Ma grazie all’inaspettata amicizia con Mitch cominciavo ora a fare nuove riflessioni, che mettevano timidamente in dubbio le certezze che avevo sempre avuto.

«A te non dispiace non avere altri amici?» gli domandai un pomeriggio. «Non vorresti avere lo stesso rapporto che abbiamo noi anche con altre persone? Magari con un ragazzo… Sicuramente avreste molte più cose in comune.»

Eravamo in camera mia, lui sdraiato sul letto a leggere un libro, io alla scrivania a provare a fare i compiti, senza però riuscire a concentrarmi. Restare da soli non era più un tabù, e chiamavamo gli F5 soltanto quando ci serviva una mano per studiare. Mitch piegò in avanti il libro per guardarmi negli occhi.

«No, certo che no. Sto bene con te, perché dovrei volere altri amici? Non saprei neppure dove trovarli. Penso sia anche scorretto desiderarne.»

«Scorretto? E per chi? Per te o per gli altri?»

«Non sarebbe una decisione presa dal Sistema, quindi non porterebbe a nulla di buono. Loro sanno cos’è giusto.» «Sì, anche io sto bene con te. Credo solo che avere più di un amico potrebbe farci stare meglio. Non so, è tutto così nuovo e mi fa riflettere. Se ci pensi, in passato le persone vivevano a stretto contatto: studiavano, giocavano, lavora-vano, compravano, viaggiavano… facevano tutto sempre insieme. Non solo in coppia, spesso formavano interi gruppi. Secondo me erano più felici.»

«Ellie, so a cosa stai pensando. Ma la vita, quella vera, non è come una delle storie che ami leggere. Ci siamo evoluti, siamo diventati più intelligenti rispetto a prima. Abbiamo imparato dai nostri errori. Lo sai a cosa aveva portato tut- to quel contatto fisico. E non parlo delle malattie, i difetti genetici o le guerre. Aveva portato il Pianeta sull’orlo della distruzione! Se siamo ancora qui e viviamo una vita serena, è solo grazie ai progressi raggiunti dal Sistema. È giusto che gli obbediamo.»

Lo guardai perplessa. Non sapevo cosa replicare. Mitch aveva ragione, ma sentivo che anche le mie idee non erano del tutto sbagliate.

«Goditi il presente, davvero» proseguì. «Tra pochi mesi saremo laureati e cominceremo a lavorare. Non avremo più tempo per rilassarci insieme o chiacchierare sdraiati e como- di su un letto!»

«TU sei sdraiato e comodo!» risi lanciandogli una delle maglie che F5 mi aveva lasciato piegate sulla scrivania. Tutto sommato aveva ragione. Ero sempre stata un tipo che rimu- ginava troppo, me lo ripeteva in continuazione anche mia madre quando ero piccola.

A un tratto Mitch cambiò argomento «Hai più rifatto quel sogno?»

Era naturalmente l’unica persona a cui avessi confidato il mio segreto e, come mi ero aspettata, aveva preso la cosa molto sul serio.

«No, o almeno non me lo ricordo. In realtà non ricordo mai nessuno dei sogni che faccio.»

«Io rimango convinto che è la premonizione di qualcosa che accadrà nel futuro. Può essere, sai? Ho letto una bio- grafia, una volta, di una ragazza che tanti, tantissimi anni fa riuscì a scampare a un incidente mortale perché la sera prima lo aveva sognato. Vedendolo come una premonizione, aveva deciso di non andare al lavoro ed era rimasta tutto il giorno a casa. L’incidente c’era stato, esattamente all’ora e nel punto in cui sarebbe dovuta passare lei.»

Lo guardai con aria scettica e scoppiai a ridere.
«Ma dai! E tu credi a queste fesserie?»
«Certo che ci credo. L’aveva scritto online, su quei social che si usavano una volta. Era scritto tutto lì, nero su bian- co, ore prima che succedesse. E poi è accaduto davvero. So che può sembrare assurdo, ma alcuni esseri umani hanno il dono della preveggenza. Quando sogniamo, la nostra mente è libera di esprimersi e ci invia i messaggi più importanti in forma di paure, desideri, ricordi o… premonizioni!»

«Wow, sembri molto informato. Sei un esperto di sogni, ora? Una specie di sciamano?»

«Macché! È solo che le potenzialità del cervello umano mi hanno sempre affascinato. Mi sarebbe piaciuto studiarle. Ma il destino ha voluto altro per me.»

«Sì, il destino. Adesso lo chiami così il nostro amato Sistema?»

«Dai, Ellie, sai bene cosa intendessi. Non scherzare su queste cose.»

«D’accordo, d’accordo. Lasciamo perdere. E tu, invece, ne fai di sogni ricorrenti?»

Mitch aprì la bocca come per riflettere bene sulle parole da pronunciare. Le guance gli divennero rosse e farfugliò dei suoni incomprensibili di cui compresi un debole “no” e “non mi ricordo”.

Cambiai subito argomento. Forse per lui era una domanda troppo intima.

«Non sei un po’ spaventato di entrare nel mondo del la- voro quando finiremo l’università?»

«No. Perché? Mi preparo per questo da tutta la vita,» sor- rise. In un lampo era ritornato il Mitch rassicurante di sempre, senza incertezze. A me invece la sola idea di cominciare a lavorare mi metteva in agitazione, come tutto ciò che per me era nuovo e incerto. Sebbene fino ad allora avessi superato ogni ostacolo senza difficoltà, avevo continuamente il timore di non essere all’altezza dei compiti che mi affidava- no e di deludere il Sistema con qualche errore o sbadataggine. F5 ripeteva sempre che le mie erano paure infondate, e che i risultati eccellenti delle mie statistiche lo dimostravano.

Come se mi avesse letto nel pensiero, Mitch attaccò con la solfa che i professori mi recitavano a ogni semestre: «Lei è una delle migliori del nostro corso, Signorina Ellie Tany. Uscirà con il massimo dei voti e ricoprirà una carica impor- tante in una grande azienda di prestigio.» Disse, facendomi l’occhiolino.

Io a capo di una corporation? Impossibile. Ma la cosa ancora più strana era che lui non mi stava prendendo in giro, pareva crederlo sul serio. Sapevo comunque che il Sistema aveva grandi aspettative su di noi. Su quello non potevo ribattere nulla. Il mio amico aveva ragione, mi stavo di nuovo preoccupando troppo. Dovevo solo lasciarmi andare, segui- re il corso degli eventi e cavalcare la mia onda. Come faceva- no tutti. Non potevo certo lamentarmi. Dopotutto eravamo dei privilegiati e avevamo tutte le carte per migliorare ulteriormente la nostra condizione sociale. Perché avrei dovuto pensarla altrimenti? Ma soprattutto, perché non riuscivo invece a gioire del futuro dorato che mi aspettava? Cos’era che potevo desiderare di più, in fondo? Cos’erano, poi, i desideri, se non quelli che aveva in serbo per me il Sistema? La frase di Mitch mi rimbombò nella testa. Mi guardava, in attesa che ribattessi a quanto aveva detto.
Mi riscossi da quelle riflessioni futili e gli sorrisi, annuendo alle sue parole e lasciando anche stavolta che i miei pensieri rimanessero solo con me.

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