Avvento – Behind me parte II

CAPITOLO SECONDO

Capitolo 2

Ben

Nessuno prestava attenzione a lui. Nessuno prestava attenzione a nessuno.

Tutte macchie veloci e sbiadite, senza forma che sfumavano via nel grigio della mattina, confondendosi tra i risvegli della città. Vagavano velocemente come pilotate da una qualche mano invisibile, verso un destino a loro ignoto sebbene si illudessero di esserne padroni.

Le anonime sciarpe, talmente strette intorno al viso, rallentavano il passaggio del sangue in circolazione, anch’esso quasi sul punto di congelare e permettevano, a qualche occhio arrossato, di sbucare di poco da sotto lanosi cappelli. I vetri degli occhiali appannati. I capi chini per ripararsi dal vento e dalla foschia provenienti dall’est che, quella mattina, non volevano smettere di abbattersi sulla città. I più fortunati si difendevano con rigidi ombrelli, stanchi pure loro di sop- portare quel fardello immeritato.

Anche i confini della città non sembravano volersi preparare a un nuovo giorno e continuavano a confondersi con il cinereo e inquina- to cielo. Non si distingueva dove finiva uno e iniziava l’altro, come nelle distratte pennellate di un pittore svogliato che finiva per mi- schiare due tonalità diverse dando vita a un unico colore impersona- le. Cupo e triste.

I tetti degli edifici sorreggevano faticosamente il peso delle nuvole che correvano furiosamente in alto, come palline impazzite in un flipper. Nemmeno loro volevano rimanere ferme sopra quel triste panorama.

Metro. Pochi passi e la salvezza era vicina. A Ben Barket piacevano i luoghi pubblici, soprattutto le fermate della metropolitana, piene di gente e di vita. Non era un amante del caos ma adorava la sensazione che provava nel confondersi tra la massa appiccicata di persone e non sentirsi solo. Era l’unico momento in cui riusciva a sopportare un contatto così ravvicinato e diretto per più tempo. Il viso e il fisico anonimi lo aiutavano a non attirare alcun tipo di attenzione, nemmeno per errore e poteva camminare indisturbato. I piccoli occhi grigi, vicini tra loro, erano sempre nascosti dietro due spesse lenti dalla montatura scura, il naso era coperto da una manciata di lentiggini e la sottile riga della bocca si confondeva tra i segni della pelle.

Ben non era brutto, ma nemmeno bello. Poco più alto della media delle donne e poco più basso di quella degli uomini. Un’ombra tra le ombre.

Era ancora giovane, trentotto anni appena compiuti ma ne dimostrava dieci o quindici in più nonostante non avesse nemmeno un capello bianco e, sul pallido viso, la peluria virile era assai rara. Come in un adolescente da poco entrato nell’odiosa fase della pubertà. Anche il timbro della voce non riusciva a raggiungere le scale di tonalità più squillanti e quelle più basse e roche. Ma era lo sguardo da uomo vissuto che lo tradiva e deviava il giudizio altrui, rendendolo privo di interesse e più anziano. Non aveva segni particolari: nessuna cicatrice o neo da ricordare e nessun giovanile tatuaggio sbiadito o piercing da mostrare. Anche il modo di vestire rispecchiava il suo stato neutrale, fedele al costante uso di colori scuri e perennemente fuori moda.

Ben passò i tornelli senza tirare fuori dalla tasca dei pantaloni la carta dei trasporti che venne letta in automatico dai chip elettronici e girò per prendere le scale sulla sua destra.

Quel giorno avrebbe usato la linea azzurra fino a Victoria per poi cambiare e prendere la blu e scendere ad Hammersmith e arrivare al lavoro.

Era il tragitto di tutti i lunedì, mercoledì e venerdì, salvo scioperi improvvisi. Negli altri due giorni della settimana si concedeva la stravaganza di cambiare linea, prendendo la verde a Green Park.

D’estate invertiva le due scelte perché, se la città glielo concedeva, al ritorno saliva per qualche ora al parco, per camminare e godersi la compagnia dell’aria mite e del verde, prima di richiudersi dentro le grigie mura di casa.

Ben superò una coppia di anziani e salì sulla prima carrozza. Si rallegrò quando vide i volti dei suoi amici, i quattro pendolari abituali che, come lui prendevano la metro a quell’ora della mattina e sedevano sempre nel primo vagone.

Aveva provato a instaurare un legame con loro, abbozzando occhiate amichevoli, ma era stato ripagato con sguardi sospettosi e freddi. A nessuno la mattina piaceva entrare in contatto con uno sconosciuto. Aveva smesso così di provarci ma non aveva perso l’abitudine di cercarli, osservarli e di fantasticare sulle loro vite.

C’era il ragazzo alto dai capelli rossi e gli occhi azzurri che fre- quentava un corso importante di business o economia che non alzava mai gli occhi dai libri o appunti pieni di formule e numeri. La ra- gazza di origine indiana, molto carina e ben vestita che lavorava per qualche azienda di moda. La signora anziana con il suo piccolo cane marrone dalla coda tagliata, vecchio quanto lei, che non avevano nulla da fare e, patendo la solitudine, preferivano viaggiare nelle ore più caotiche del giorno, e infine un distinto signore dal grosso naso che lavorava per qualche banca o assicurazione ma odiava il suo la- voro e si rifugiava nella musica. Erano loro i suoi amici del viaggio dell’andata, i suoi eroi dalle mille avventure, ignari di venir costan- temente imprigionati e trasformati in nere lettere e addormentati su bianche pagine di un diario.

Il rumore e il cullare del viaggio aiutavano Ben a dare vita, ogni giorno, a nuove storie fantasiose e loro ne erano i protagonisti di al- cune; aveva già scarabocchiato centinaia di racconti. Semplici esercizi per tenere la mano e la mente in allenamento, come ogni buon scrittore doveva fare. Era la prima regola d’oro della scrittura che gli aveva insegnato la madre.

Aveva più volte provato ad inviare alle case editrici alcune sue storie ma, al momento, non aveva ricevuto nessun feedback positivo. Non se ne rammaricava però. Per lui erano solo prove, esperimenti che gli servivano per riscaldare le mani in attesa della notte, il momento più importante della giornata dove ultimava il suo Behind me, il vero capolavoro che custodiva gelosamente in camera. L’aveva terminato da alcuni anni ma ogni sera trovava il pretesto per modificare qualche frase, qualche segno di punteggiatura e rendere ai suoi occhi ancora più perfetto Garret, il protagonista. La versione lettera- ria del suo sé stesso ideale.

Il libro era motivo d’orgoglio, sebbene non fosse ancora riuscito a farlo leggere a qualcuno. Lo conosceva talmente a memoria che spesso si trovava a recitarselo nella mente, quasi senza accorgersene. Era la creazione che lo rendeva più fiero delle proprie capacità, al pari dell’amore che può provare una madre per il figlio. Era ciò che lo faceva andare avanti e sopportare i fardelli e le delusioni che la vita gli continuava a presentare. Era un pezzo del suo cuore e della sua anima e, per questo, non aveva trovato ancora il coraggio di esporlo all’osservazione critica di altri occhi e al giudizio di sconosciute menti pensanti. Sapeva però che presto avrebbe dovuto farlo. Era un suo dovere. Presto. Molto presto. Ma non ora.

Ore 08.15.

Ben salutò con la mano la guardia alla reception e si diresse verso le scale.

L’ascensore era aperto al piano ma preferì ugualmente fare le scale. Non lo prendeva quasi mai, a meno che non ci fosse qualche impedimento di forza maggiore che lo obbligasse a farlo. Non soffriva di claustrofobia. Soffriva nel doversi trovare a stretto contatto con un’altra persona e sentirsi obbligato a instaurare un discorso forzato. Spesso inutile.

Gli era capitato di doverlo fare una volta, con una collega che per fortuna non lavorava più con loro e l’episodio non era andato bene. Si ricordava ancora la sensazione di imbarazzo che aveva provato e lo sguardo di disprezzo che aveva ricevuto.

Arrivò al piano con un leggero e quasi impercettibile fiatone. Aprì le porte di sicurezza e si diresse verso la sua postazione, al fondo di un enorme open space.

Dall’ultima ristrutturazione, avevano mantenuto pochi uffici chiusi, solamente tre, anch’essi tutti vetrati che potevano ospitare due o tre postazioni, al massimo. Ben era stato collocato in uno di questi, sotto le finestre, e divideva lo spazio con la sua collega Celia.

Stranamente notò che quella mattina era già arrivata, dalla borsa e la lunga giacca nera buttate malamente sulla scrivania; una manica invadeva addirittura il suo spazio privato. Ben non capiva perché non le appendesse mai all’appendiabiti posto a lato della porta e lo dovesse fare lui al suo posto. Non sopportava circondarsi di disordi- ne anche se non riguardavano cose sue.

Finito di riordinare, avviò il pc. Una testa spuntò dal corridoio in quel momento. Era Tim.

«Ciao Ben. Sei riuscito a vedere la mia e-mail ieri sera? Mi servirebbero quei dati entro la mattinata. Scusa, sai com’è Marc. Chiede tutto all’ultimo».

Marc era il direttore del loro brand. Francese, molto preciso e pignolo. Ben aveva letto la richiesta del collega prima di uscire e, an- che se l’aveva fatto tardare di quindici minuti rispetto al suo orario d’uscita delle 18.15, gli aveva risposto, calcolando i dati richiesti. Non attribuiva la colpa al loro manager; Marc aveva preteso quelle analisi con due settimane di preavviso. Ma lui non era capace di dire di no e Tim lo sapeva.

«Ciao. Sì, certo. Ti ho risposto ieri sera. Sono venuto anche per dirtelo ma tu eri andato via. Non ti è arrivata la mia e-mail?»

«Grande Ben, sei il mio salvatore». Era la solita risposta che gli diceva. «Non ho ancora avuto tempo di guardare. Mi potresti stampare una copia dell’analisi, per favore? Inizio a leggere i dati prima della riunione. Ultimissimo favore poi non ti rompo più».

Un gran vociare proveniente dal corridoio sovrastò la risposta affermativa di Ben. Erano i colleghi di Tim, appena arrivati, che radunavano tutti per andare a fare colazione al bar, all’ottavo piano. Tutti tranne lui che non veniva mai invitato.

«Scusa devo andare. Lasciami pure il foglio sulla scrivania. Ritor- no tra poco. Ti devo un pranzo» urlò Tim prima di scomparire dalla sua visuale.

Basterebbe anche un caffè.

Nemmeno Tim l’aveva mai invitato e, a conti fatti, gli doveva ancora centotrentacinque pranzi.

Ben sapeva che, prima o poi, il collega avrebbe mantenuto la parola. Era fiducioso. Non si fece abbattere dalla delusione per non essere stato invitato nemmeno quella volta e si girò verso la sua postazione. Inserì la password per accedere ai sistemi e iniziare a lavorare.

Per prima cosa aprì la posta: nessuna e-mail da leggere, tutti i lavori al momento richiesti erano stati conclusi. Lanciò la stampa per Tim prima di immergersi nella quotidiana sicurezza dei controlli sulle produzioni e piani di vendita.

Un dolce profumo raggiunse le sue narici e lo distrasse per un attimo. Lui odiava le fragranze forti e invadenti ma per quella riusciva a fare un’eccezione. Dei passi leggeri picchiettarono sul parquet, anticipando l’arrivo della sua vicina di scrivania dalla colazione.

«Buongiorno collega mio. Finalmente sei arrivato. Ti ho preso il caffè. Oggi sono arrivata prestissimo e volevo sdebitarmi per tutte le volte che me lo offri tu».

Ben sorvolò sul fatto che non sarebbe mai riuscita a sdebitarsi veramente se continuava a offrirglielo una o due volte all’anno rispetto a tutti gli altri giorni in cui lo faceva lui, ma le sorrise e accettò volentieri il gesto.

Celia era un vulcano sorridente a qualsiasi ora la si vedesse. Sempre bella. La decina di braccialetti che portava al polso destro presero a vibrare all’unisono e sbattere tra di loro producendo una musichetta metallica mentre posava il bicchiere vicino la tastiera del collega e lo guardava con un sorriso radioso, mettendo in mostra i suoi bellissimi denti bianchi.

Era vestita con un semplice abito nero attillato che metteva in mostra il suo fisico slanciato, dalle giuste proporzioni. I capelli lunghi e castano scuro, le ricadevano perfettamente all’altezza del collo e risaltavano i suoi grandi occhi scuri dalle lunghe ciglia, incorniciando un viso armonioso. Il tocco sensuale veniva sottolineato dalle carnose labbra, di un rosso naturale acceso, perfette anche senza l’aiuto del trucco. Avrebbe potuto far invidia a qualsiasi modella o donna dello spettacolo se avesse voluto.

Era una donna affascinante. Lo sapeva, ma non per questo si dava delle arie. A volte non si rendeva nemmeno conto dell’effetto che fa- ceva sugli uomini. Soprattutto su Ben. Lei l’aveva sempre considerato un amico e confidente, al pari del fratello che avrebbe voluto avere.

Da quando li avevano messi vicini di scrivania, due anni prima, i sentimenti che provava per lei erano sfociati in qualcosa di più di una semplice amicizia, non solo perché Celia era indubbiamente bel- la ma perché lo trattava con dolcezza, senza prenderlo in giro o sfrut- tarlo ed era sempre stata un’amica sincera e gentile. La sua unica.

Più e più volte, si era ripromesso di farsi avanti ma, nelle rare occasioni in cui aveva trovato il coraggio, era presto spuntato all’orizzonte un nuovo pretendente e tutto era sfumato via e messo nel cassetto per essere riprovato in un momento migliore che non si era ancora presentato. Nel frattempo, Ben si comportava da bravo collega e da ottimo amico e l’ascoltava e consigliava per ogni dubbio e problema. Celia era un libro aperto ormai per lui. Non capiva perché lo avesse scelto come confidente ma per il momento gli andava bene così. Era sempre un modo per conoscerla più a fondo e starle vicino.

Ben si alzò per andare a prendere la pagina appena uscita dalla stampante; provò piacere nel sentire il calore del foglio tra le dita.

«Vedo che non hai perso nemmeno un secondo. Dai, prenditela con più calma. Morirai per colpa di tutto questo lavoro». Lo canzonò Celia vedendolo già attivo.

«No, è solo una stampa che mi ha chiesto Tim. È un lavoro che gli ho fatto ieri sera e oggi vuole vederla».

«Addirittura! Oltre a farti lavorare a nome suo, ti chiede di stampargli le analisi. Nemmeno lo sforzo di farlo da solo. L’ho appena incontrato agli ascensori con gli altri. Stavano andando al bar. Non mi piace proprio, lo trovo viscido».

Celia fece una smorfia di disgusto prima di sedersi e osservare con sguardo preoccupato il collega. Abbassò la voce, sebbene in ufficio ci fossero solo loro. Lo faceva sempre quando doveva confidargli qualcosa o dirgli ciò le stava a cuore. La porta vetrata era aperta ma le scrivanie più vicine si trovavano a diversi passi di distanza. Nes- suno avrebbe potuto sentirli.

«Ben, non farti fregare da Tim o da gente come lui. Sfruttano solamente la tua bravura perché sei gentile e disponibile. Ti usano e basta. Qualche volta dovresti imparare a dire di no».

Lui lo sapeva, non era uno stupido e lei gliel’aveva ripetuto un sacco di volte. Ma non poteva farci nulla. Non era il tipo che riusciva a rifiutare una richiesta, anche se partiva da un collega egoista.

«Mi prometti che farai meno il buono?»

Celia aveva appoggiato il viso sul suo braccio e lo guardava dal basso verso l’alto sbattendo le sue lunghe ciglia nere. Con una mano lo accarezzò, giocherellando con un filo della maglia. Come poteva dirle di no?

Nonostante entrambi sapessero la verità, lui annuì e, non resistendo più a quell’intima vicinanza, si girò verso il suo monitor per riprendere a lavorare, scosso e imbarazzato dalla piega che stavano prendendo i suoi pensieri.

** *

Ore 18.15.
«Continui a lavorare? Io esco».
Di solito anche Celia usciva con lui, quando non lo aveva già fatto e, visto che era entrata presto quella mattina, Ben presunse stesse per farlo.

«Eh no. Oggi mi tocca rimanere. Mi ha accompagnata Oly questa mattina e aspetto che mi passi a prendere quando esce. È l’ultima volta che gli do ascolto però». Celia finse di impiccarsi con le mani. Le piaceva usare la gestualità per enfatizzare i concetti che esprimeva. Era il più grosso bagaglio d’eredità che si portava dietro dalla famiglia di origine italiana, oltre all’indiscussa bellezza mediterranea. Oly, nonché Oliver per i meno intimi, era la sua ultima fiamma, un medico che lavorava nella City conosciuto al matrimonio di un lontano cugino, qualche mese prima. Anche lui di origini italiane,

ma solo dalla parte della nonna materna e si era piaciuti all’istante. Un colpo di fulmine, dato che con Celia funzionava sempre così: era un’appassionata dell’amore, un’inguaribile romantica e viveva a pieno, nel bene e nel male, ogni tipo di emozione.
Ben ci era rimasto male quando aveva saputo di lui. Era poco prima di Natale e Celia si era appena lasciata con il suo ex. Tra una lacrima salata e un fazzoletto stropicciato, gli aveva giurato che non sarebbe più ricaduta tra le mani di un uomo tanto facilmente. Lui le aveva voluto lasciare qualche giorno per riprendersi, prima di fare la sua mossa ma, dopo nemmeno due settimane, era spuntato Oly.

«È il regalo di Natale più bello che potessi ricevere!» Glielo aveva presentato così, esattamente il giorno dopo il loro incontro, innamo- rata pazza.

Ben le augurò una buona serata e uscì dall’ufficio. Fuori la tempera- tura che lo accolse era gelida, l’aria pesante, carica d’inverno. Il vento non si era dileguato dalle corse della mattina e faceva ancora danzare velocemente le nubi grigie alte nel cielo. Qualche uccello coraggioso vibrava nell’aria ma i più erano nascosti al riparo sotto i tetti. Non era un inverno più rigido del solito anche se, negli ultimi giorni, le tem- perature faticavano a rimanere sopra lo zero. In quel momento, stava cadendo una strana pioggerellina che pareva quasi debole neve.

Ben intravide qualche ombra scura uscire dai portoni vicini, per sparire velocemente nel traffico cittadino. Tutti erano impazienti di rientrare a casa e riscaldarsi le ossa.

Anche respirare era diventato pesante e a ogni espirazione, grosse bolle di fumo volteggiavano davanti le bocche infreddolite delle per- sone che gli sfrecciavano accanto per poi scomparire in alto, nel gelo notturno e diventare un tutt’uno con i fumi delle abitazioni.

Per strada, i vetri delle macchine ferme in coda riflettevano un’immagine bagnata dei colori spenti della città. I lampioni lungo la via non si erano ancora accesi e la strada veniva illuminata qua e là dalla luce delle finestre ancora accese dov’erano rimasti gli ultimi ritardatari a ultimare i lavori. Era un quartiere pieno di uffici, con poche residenze private e la sera e nei giorni festivi, si spegneva in un silenzio surreale.

Un pullman rosso a due piani diretto a Chalk Farm passò davanti a Ben, intento ad attraversare la strada per raggiungere la fermata della metropolitana.

Ben si sistemò meglio il cappello in testa e con passo deciso e sguardo basso allungò il passo. Non era una giornata per godersi una tranquilla passeggiata.

La metro era piena e faticò a trovare uno spazio libero per sé. La pancia incominciò a brontolare ricordandogli che quella sera, sarebbe dovuto passare da Nando’s per ordinare una confezione di alette di pollo piccanti con patate; insieme alla zuppa di noodle preconfeziona- ta era il menù del lunedì. Avrebbe mangiato in orario alle 19.30, seduto sul divano guardando qualche serie tv, scelta con molta accortezza dopo diverse comparazioni tra recensioni e commenti lasciati nel web. Dopo la scrittura, il cinema era la sua seconda passione e quella sera si sarebbe pregustato cinque puntate di Game of throne.

Ore 00.00.

Il cane della signora di sopra iniziò ad abbaiare forte. Ben riuscì a percepire lo stridio delle unghie sul pavimento e lo sbattere del muso contro la finestra; non aveva mai capito come riuscisse a sentirla dall’interno. Sicuramente era riapparsa per cercare cibo. Passava sempre a quell’ora, puntuale come un orologio svizzero. Ben mise in pausa la tv e si alzò per andare a controllare.

Dalle fessure delle persiane semiaperte scorse il movimento veloce delle foglie mosse dal vento notturno che rimbalzavano sul marciapiede.

Abitava ad uno dei lati di una piccola piazza quadrata dove al centro sorgeva un giardino privato, chiuso e accessibile solo ai con- domini, di solito pieno durante il giorno di ragazzini e bambini che urlavano e correvano da una parte all’altra.

La cercò. Non riuscì a vederla. I suoi occhi guizzarono veloce- mente da una parte all’altra dell’isolato fino a quando la scorse. Silenziosa nella notte, stava correndo veloce tra le macchie di ombra, nascondendosi dietro le macchine parcheggiate.
Non aveva la grossa coda folta che tutti si immaginavano pensando alla volpe, anzi era molto magra e spelacchiata. Ma rimaneva sempre un bell’animale. A Ben piaceva osservarla da dietro la finestra e vedere come fluttuava sull’asfalto.

Rimase fermo ad ammirarla una decina di minuti, fino a quando non la vide scomparire dietro l’angolo dell’edificio, diretta sicuramente verso il parco, non prima di essersi girata verso la sua direzione e di averlo guardato. O così gli sembrava tutte le volte.

Prima di ritornare alla sua postazione, Ben diede uno sguardo ve- loce agli appartamenti che si trovavano nei complessi davanti a lui, dall’altra parte del giardino. C’erano ormai poche luci accese. La maggior parte delle persone stava riposando.

Per lui la notte era ancora giovane. Non sarebbe andato a dormire prima di diverse ore. In realtà lui di sonno ne aveva ma non riusciva ad addormentarsi. Era un problema che aveva sempre avuto, fin da bambino, ma che adesso stava peggiorando. Dormiva ancora meno, quattro ore a notte al massimo. Quando era fortunato.

Se provava a chiudere gli occhi prima e coricarsi nel letto, ini- ziava ad agitarsi. Il suo corpo veniva scombussolato da attacchi di panico e conati di vomito. Brividi di freddo prendevano possesso del suo corpo procurandogli atroci mal di pancia e forti emicranie. Ben sapeva di soffrire di attacchi di panico e di essere ipocondriaco, ma non conosceva il motivo che si celava dietro a tutto ciò. Non ne capiva la causa. Non aveva mai voluto farsi visitare da un esperto. Il suo era un rifiuto categorico. Preferiva dormire poco ed evitare di soffrire. Ormai era abituato. Come lo era il suo corpo e compensava la perdita di riposo con tre o quattro analgesici ogni mattina. Sapeva che doveva porre fine a tutto ciò, prima che fosse troppo tardi. Ogni sera si riprometteva che avrebbe smesso di imbottirsi di medicinali e il giorno dopo si sarebbe fatto coraggio e avrebbe chiamato un medi- co. Ogni sera prima di collassare mezzo svenuto ed esausto sul letto o pavimento. Ogni sera, da ormai più di dieci anni.

** *

Ore 07.30.
Ben si trovava fuori casa in procinto di prendere la linea azzurra ma si sentiva strano, come se ci fosse qualcosa di diverso quel giorno. Non era un problema di orario perché spaccava il minuto. Aveva controllato più volte l’agenda personale e aziendale per vedere se gli fosse sfuggito un importante appuntamento o meeting, ma non c’era nulla. Non era comunque da lui dimenticarsi un impegno imminente.

Non riusciva a ignorare quella sensazione.
Febbraio era uno dei mesi più freddi e tristi dell’anno. Non gli era mai piaciuto. Gli aveva sempre messo tristezza. Nemmeno le vetrine colorate con giganteschi cuori rossi e messaggi d’amore riuscivano a strappargli una sensazione di calore. L’aria era costantemente gelida e non vi era più l’attesa di un qualcosa.

La massa di persone che si incontrava per strada era distratta, infreddolita, cupa e assorta nei propri pensieri e faccende private. Il buio avvolgeva ancora tutti quanti per buona parte della mattinata e, seppur la città fosse sveglia da diverse ore, sembrava muoversi a rilento.

Eppure non erano quelli i motivi del suo nuovo malessere. Ben fece tutto il tragitto fino al lavoro assorto a pensare a cosa potesse turbarlo. Non si accorse nemmeno che quella mattina tutti i suoi ami- ci erano nella carrozza con lui.

Quando arrivò in ufficio, Celia non c’era ancora. Le accese il pc per farglielo trovare pronto e iniziò a leggere le e-mail. Ne aveva solo quattro, di Marc arrivate intorno alle 20 del giorno prima.

Le lesse per farsi un’idea sul lavoro da fare. Nulla di complicato. Stimò che avrebbe impiegato due giorni per concludere le consegne. «Buongiorno Ben. Già operativo?» Celia entrò con il suo invadente profumo.
Era vestita con dei semplici jeans chiari, un maglione rosa di lana attillato e due alti stivali neri. I capelli erano sciolti e li aveva cercati di domare con due pinzette vicino la fronte.

«Ma dov’è il mio caffè?» esclamò ad alta voce, guardando il collega con le mani sui fianchi e cercando di imitare uno sguardo serio e offeso. Ma la bocca e il sorriso nascosto tradirono la finzione.

Ben quella mattina si era dimenticato di salire all’ottavo piano per prendersi qualcosa di caldo da bere e si era scordato di farlo anche per lei. Non gli era mai capitato.

«Celia, scusami. Non sono proprio salito. Vado a prendertelo alle macchinette».

Il servizio al bar era ormai chiuso. Bisognava aspettare le 11.30 per l’apertura del pranzo. Solo i direttori avevano il permesso di accedere nelle ore intermedie.

«Ma stai buono lì, fermo. Stavo scherzando. Vado a prenderlo io. Ci mancherebbe! Che cos’hai? Non stai bene?»

Celia buttò malamente la giacca sulla scrivania, irritando impercettibilmente il maniacale ordine di Ben che si trattenne a stento nel sistemargliela all’istante.

«Non lo so. Questa mattina mi sono svegliato con una strana sensazione, come se dovessi fare qualcosa di importante ma non mi ricordassi cosa».

Celia sapeva quanto tutto ciò lo potesse irritare.

«Ben. Pensi troppo! Te l’ho sempre detto. E ti riposi poco. Riesci a dormire un po’ di più?»

«No, sempre uguale».

Celia lo guardò con una faccia preoccupata. Conosceva i suoi problemi d’insonnia e le dispiaceva sapere che non li avesse risolti.

«Vuoi accompagnarmi alle macchinette? Ti prendi una tisana o una camomilla. Aiutano a distendere i nervi».

L’invito era allettante, soprattutto perché avanzato da lei, ma come sempre Ben declinò; era troppo tardi per oziare. Doveva iniziare a lavorare.

Fu assorbito interamente dal lavoro richiesto da Marc per due giorni. Come aveva previsto. Ma la sensazione strana di disagio non se ne andò. Gli piombava addosso la mattina senza mollarlo un istante fino a quando non si addormentava esaurito, causandogli forti fitte alla testa e un doloroso mal di pancia che lo costringevano, la mattina, a rimanere piegato in bagno qualche minuto in più del previsto. Non gli erano più capitati episodi così brutti da quando preparava gli esami all’università.

Aveva studiato ingegneria e, nonostante la mente e i voti fossero sempre brillanti, aveva patito tanto. Era sempre stato accompagnato dalla paura di non riuscire ad arrivare ai massimi livelli e provare vergogna. Anche se nessuno gli aveva mai rinfacciato o preteso nul- la; era stato lui il suo più severo giudice.

Quella mattina rimase deluso nel non trovare nessuna e-mail sti- molante di Mark, come distrazione. Aveva già letto le sue risposte al progetto inviato e i ringraziamenti per le soluzioni proposte. Era stato il primo a finire e i suoi colleghi coinvolti non avevano ancora terminato le analisi.

Quel giorno Ben parlò meno del solito. Anche ascoltare i racconti amorosi di Celia non riuscirono a distogliergli l’attenzione dalla sensazione che provava.

Si sentiva rintronato. Nelle ultime due notti aveva fatto ancora più fatica a dormire. Ogni volta che si addormentava, si svegliava di col- po dopo pochi minuti, spaventato, con la sensazione di non riuscire più a respirare.

Trascorse le restanti ore della giornata in uno stato di trans, come se la mente fosse in una dimensione diversa da quella del corpo. Le operazioni lavorative di routine le riuscì a fare senza prestare troppa attenzione.

«Ben, io scappo. Ho una cena con mia madre e dopo vado da Oly. Sicuro di stare bene? Sei rimasto in silenzio tutto il giorno. Non che tu sia un gran chiacchierone però…»

Celia era in piedi davanti la porta e lo guardava con in mano il cappotto e due borse pesanti. Il cambio abiti per la sera e la notte.

«Sì, certo. Scusami. Sono solo stanco ma sto bene. Adesso vado a casa anche io».

Seguì l’esempio della collega poco dopo, alle 18.15.

Quella sera arrivò a casa quindici minuti prima del solito orario; non si ricordava nemmeno il viaggio di ritorno. Il suo sguardo era rimasto assente per tutto il tempo. Era talmente scosso che non provò nemmeno a leggere o modificare qualche frase del suo libro.

Fu solo alle quattro e quaranta del mattino successivo, poco prima di provare a chiudere gli occhi e collassare che capì la causa del suo turbamento. E si agitò ancora di più.

Un brivido gelido gli attraversò il corpo propagandosi in tutte le ossa e le vene, bloccandogli il respiro. Per un attimo temette di svenire.

Come aveva fatto a non pensarci subito?

Solo una cosa lo poteva scombussolare così tanto e creare quel senso dolente di disagio e vuoto perenne che, come una morsa dai denti affilati, gli divorava corpo e anima.

Solo una persona.

Tutti gli anni era la stessa storia e anche quell’anno non sarebbe riuscito a evitarlo. Non poteva. Non per rispetto a sua madre.

Mancava ancora una settimana e sapeva che sarebbe stato male tutto il tempo fino a quando non avrebbe affrontato quella giornata. Erano pochi incontri all’anno, eppure non poteva astenersi e non riusciva a evitare di starci male. Era riuscito ad evitarlo a Natale ma ora non aveva più scuse. Era l’unico impegno che riusciva a dimenticare. L’unico dovere che la sua mente cercava di eliminare. Per protezione o istinto di sopravvivenza.
Di lì a meno di centosettanta ore l’avrebbe rivisto. Sarebbe dovuto andare a trovarlo per festeggiare il compleanno, fingendo di volergli bene.

Sapeva che avrebbe dovuto patire le sue critiche e gli sguardi deludenti e schifati per tutto il tempo.

Erano le regole. Le regole non scritte dei legami di sangue. Quelli che non ti scegli ma a cui sei vincolato a vita.

Doveva andarci. Lo sapeva. A malincuore, ma doveva farlo.

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