Senza viaggiare si vive metà della propria vita.
PROLOGO
20 Luglio 2018
Il computer continuava a suonare. Nessuna risposta. Che strano, pensai.
Ana era una persona molto puntuale; le poche volte in cui aveva ritardato di qualche minuto mi aveva sempre avvisata in anticipo con un messaggio. Di soli- to era lei a chiamarmi.
Riprovai. La videochiamata suonò di nuovo a vuoto.
Poteva capitare un ritardo, certo. A tutti capitava. Ma avevo una brutta sensazione a riguardo che mi stava facendo agitare. Sentivo che c’era qualcosa di sbagliato. Di pericoloso.
Ripensai alle sue parole dell’ultima lezione. “Devo farlo. Devo andarci di persona. Stai tranquilla, non succederà nulla.”
Eppure, lei in quel momento non stava rispondendo. Possibile che fosse successo davvero qualcosa di grave?
Le avevo detto di non andarci. Ma lei era sembrata così sicura di quello che stava facendo, così tranquilla, che aveva tranquillizzato anche me. In fondo, chi delle due conosceva meglio Rio e i suoi abitanti? Di sicuro non io che non avevo mai appoggiato un piede sul suolo brasiliano, mentre lei ci era nata e cresciuta.
«Dai, Ana! Rispondi.»
Nulla. Non persi altro tempo. Provai a chiamarla sul cellulare. Erano passati solo pochi minuti dal nostro appuntamento ma ero in ansia. Troppo.
Stringevo talmente forte il cellulare tra le mani che mi lasciai dei segni profondi con le unghie sulla guancia.
Partì subito la segreteria. Una voce calda e musicale mi comunicava che il cellulare dell’utente era spento o momentaneamente irraggiungibile. Non capii bene, non conoscevo il portoghese.
Il cuore iniziò a battere più forte.
Come se avesse capito la situazione, Churchill salì sul divano accanto a me e mi guardò con curiosità e preoccupazione. Anche lui voleva sapere dove fosse finita Ana.
Non ero una donna apprensiva. Non mi agitavo per poco. Non ero nemmeno abituata a farlo. Però avevo un ottimo sesto senso che difficilmente sbagliava. E in quel momento mi stava facendo pensare al peggio.
Non sapevo cosa fare. Non avevo altri mezzi per contattarla. Non conoscevo nessuno che abitasse a Rio per chiedere aiuto.
«E ora cosa faccio?»
L’avevo detto ad alta voce guardando il mio fedele coinquilino a quattro zampe, ma in realtà non mi stavo rivolgendo a nessun altro se non a me stessa. La mia voce, strozzata e di un’ottava più alta del normale, mi fece rendere conto di quanto fossi spaventata. Cercai di scacciare tutte le immagini di pericolo che stavano prendendo forma nella mia mente. Dovevo essere lucida. Non potevo cedere anche io. Non in quel momento.
Era solo una studentessa. Poco più di una conoscente. Ci parlavamo da poche settimane. Non potevo definirla un’amica. Eppure mi sentivo molto legata a lei. Più di quanto non mi sentissi con persone che conoscevo da una vita.
Non potevo fare finta di niente. Non faceva parte della mia personalità. Avrei aspettato qualche ora per ricevere sue notizie. Magari un giorno. Non di più.
Ero già sicura che non mi avrebbe risposto. Ero sicura che avesse bisogno di me.
Di colpo mi venne in mente una cosa, o meglio, un posto. Cidade de Deus.
L’avevo visto solo di sfuggita tra le immagini del web. Non sapevo dove si trovasse esattamente né come fosse fatto. Ma sapevo cosa dovevo fare.
Un brivido di paura e adrenalina mi percorse la schiena come ai vecchi tempi. Era da tanto che non lo sentivo. Pensavo che non l’avrei mai più provato in vita mia. Eppure eccolo lì. Era uscito allo scoperto senza avvisaglie.
Fu un attimo. Un istante infinitesimale, cionono- stante lo percepii. Mi sentii di colpo di nuovo giovane. Provai quasi piacere nel riviverlo.
Quella volta guardai Churchill con uno sguardo diverso. Serio. Sicuro. Deciso.
Non avevo alternative. Dovevo andare.
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