All’amore che va oltre le distanze e le differenze. A quell’amore che accende gli animi al primo tocco e spegne i vuoti interni. Al vero amore. Motore di vita.
Prologo
“Facevo fatica a respirare.
Eravamo in troppi e l’aria non entrava a sufficienza per tutti.
C’era caldo e puzza. Troppa puzza.
Qualcuno aveva anche urinato sul pavimento.
Sapevo che dovevo scendere, ma non riuscivo a muovermi, non potevo; ero incollata alle braccia delle persone al mio fianco. Sentivo l’odore della loro pelle e della loro paura entrarmi nelle ossa, e sapevo di emanare lo stesso tanfo.
Ero terrorizzata.
Poi un urlo mi fece voltare di scatto, gelandomi il sangue nelle vene.
Un bambino, poco distante da me, era svenuto e caduto per terra sbattendo forte il viso. Rivoli di sangue gli uscivano dal naso. Non si muoveva.
Temevo fosse morto.
L’urlo era partito roco dal petto della madre disperata, che era inginocchiata accanto a lui e cercava di rianimarlo e difenderlo dalle gambe e i piedi delle persone intorno, per non rischiare che gli facessero ancora più male.
In quel momento il treno frenò di colpo, facendo perdere l’equilibrio a molti.”
Anno 2240
Capitolo I
Aprii gli occhi all’improvviso.
Era notte e impiegai un po’ ad abituarmi all’oscurità e a capire dove fossi. Il cuore mi batteva ancora forte nel petto e il respiro era più agitato del solito.
Pochi secondi prima mi trovavo su un treno, probabil- mente su un carro bestiame, ammassata contro corpi urlanti e piangenti di persone sconosciute.
Respiravo ancora a fatica e sentivo caldo, tanto caldo. Stavo sudando.
L’urlo, come tutte le altre volte, mi aveva svegliata di col- po e riportata in camera mia; era sempre lo stesso sogno, ma ogni volta mi spaventava a morte.
Avevo ancora quella puzza di sudore e urina dentro le narici e non riuscivo quasi a controllare il corpo, ma presto il cuore ritornò a battere normalmente e smisi di agitarmi.
Era l’incubo ricorrente che facevo da ormai diversi mesi, forse anni. Iniziava e finiva sempre nello stesso modo, nello stesso istante, con le stesse identiche persone.
Assurdo, perché io quella gente non la conoscevo, né mi ricordava nessuno che potessi aver mai visto. Non ero nemmeno mai salita su uno di quei cosi, quei vecchi treni, neanche nei videogiochi a cui giocavo da piccola. Non esistevano più o ne erano rimasti in circolazione pochi modelli, nei Paesi più arretrati. Non sapevo. Ma sicuramente quelli esistenti erano più moderni di quello che sognavo. Li avevo visti solo nelle immagini dei libri di scuola, quando studiava- mo il ventesimo secolo.
Però sembrava tutto così reale, così autentico, come un frammento di vita vera.
Mi sedetti sul letto per concentrarmi meglio sulle immagini appena viste e provare a catturare qualche nuovo dettaglio che mi avrebbe aiutata a capirle meglio e a svelarmi perché continuassi a sognarle. Era l’unico sogno che facevo e che mi ricordavo. Mi rimaneva in testa anche da sveglia; tutti gli altri li dimenticavo all’istante appena aprivo gli occhi. Sapevo che c’era un motivo per cui lo facevo periodicamente, ma non capivo quale fosse.
“Conosco il bambino? La madre? Qualche altro passeg- gero? Oppure è una premonizione di qualcosa che deve an- cora accadermi? Non capisco…”
Nell’antichità si diceva che il futuro potesse essere letto interpretando i sogni.
Anche con F5 avevo provato ad analizzarlo, ma nem- meno lei era riuscita a trovare una risposta. Forse dovevo aspettare ancora. Era solo questione di tempo, e le cose sa- rebbero diventate più chiare: avrei incontrato quelle persone prima o poi, oppure dopo l’urlo non mi sarei più svegliata e avrei scoperto cosa accadeva dopo.
Stavo per coricarmi di nuovo, quando F5 entrò silenziosa in camera; era impostata sulla modalità notturna e se non fosse stato per gli occhi illuminati di blu, non mi sarei neppure accorta di lei.
«Hai avuto di nuovo quell’incubo? Se vuoi, posso estra- polartelo.»
«No, assolutamente. Te l’ho già detto, niente estrapola- zioni. Non me lo chiedere più! Ritorno a dormire, ci vediamo domani mattina. Vai pure di là.»
Mi sdraiai sul letto dando la schiena alla porta e guardando la parete davanti a me.
Non era sfiducia nelle sue capacità, sapevo che era programmata per farlo correttamente ed era una delle versioni più avanzate sul mercato, ma non mi piaceva l’idea di privarmi del mio sogno; era una delle poche cose soltanto mie, personali, e non volevo inserirla dentro a un chip, anche se ciò mi avrebbe permesso di vederlo e rivederlo tutte le volte che ne avrei avuto voglia.
Mi piaceva avere qualcosa che nessuno potesse controllare. Era il segreto che custodivo gelosamente. Inoltre una piccola parte di me temeva di incorrere in quella bassa ma reale percentuale di errore dell’operazione, e l’idea di perdere un’altra porzione casuale di ricordi non mi andava proprio.
Chiusi gli occhi per sforzarmi di riprendere sonno; magari sarei riuscita a ritornare sul treno, esattamente dove mi ero fermata prima, e a proseguire il viaggio.
Ma come tutte le altre volte, non ebbi modo di scoprire cosa capitava al bambino per terra e a tutti i passeggeri che, come me, erano stati stipati verso un luogo ignoto.
Mi riaddormentai, ma fu un sonno sterile, privo di sogni e storie, fino a quando, la mattina dopo, F5 non venne a svegliarmi portandomi la colazione a letto.
Lo faceva tutte le volte che mi svegliavo nel cuore della notte; sapeva che passavano diverse ora prima che riuscissi a dormire, e quando mi alzavo non ero mai di buonumore. Era una piccola coccola che mi ero concessa. Un gesto d’amore nei miei confronti.
Sembravano essere passati pochi secondi da quando mi ero riaddormentata, ed ero ancora tremendamente assonna- ta e intontita. Un po’ arrabbiata.
Quella mattina non avrei potuto restare a casa a studiare, dovevo andare in facoltà perché era la giornata dell’Incontro e tutti dovevamo essere fisicamente presenti in aula. L’ultimo raduno era stato un mese prima.
Come ogni volta, era strano rivedere gli altri compagni del corso. Ci conoscevamo da anni, ma eravamo come degli estranei. Non ci parlavamo molto e nessuno di noi aveva stretto rapporti d’amicizia.
Non erano miei amici. Io non ne avevo.
Ma il corso di laurea prevedeva che una volta al mese dovessimo riunirci, perciò quel giorno eravamo obbligati a presentarci di persona e perdere tempo all’università. Era stata un’iniziativa introdotta soltanto di recente, per fortuna, e presto l’agonia sarebbe terminata.
Eravamo appena una quarantina. I superstiti dell’ultimo anno.
L’obiettivo di farci guardare gli altri negli occhi era mirato ad abituarci a parlare di fronte a un pubblico, e a conoscerci meglio. Non si poteva mai sapere se tra di noi ci fossero stati dei futuri soci d’affari o dei compagni di vita.
Ci dicevano che eravamo destinati a fare grandi cose e a reggere presto le redini dell’economia mondiale, e ciò era un buon modo per creare e rafforzare amicizie e alleanze future.
Io non credevo a tutte le sviolinate che ci propinavano per ingarbugliarci il cervello. Non mi impressionavo quando provavano a esaltarci per il futuro, perché ero consapevole che con tutti i soldi che lo Stato versava per i nostri studi, era il minimo che potessero dirci.
Se non fossimo stati selezionati per il nostro QI o, e ciò valeva per la maggior parte degli studenti, se le nostre non fossero state le famiglie più ricche del Paese, avremmo già ricoperto uno dei lavori più umili in base alle necessità del momento, e nessuno si sarebbe curato di noi.
Poco, ma sicuro.
Il divario economico tra le attività operative più umili e quelle di sorveglianza e gestione era molto forte, anche se a nessuno mancava un tetto sopra la testa e il cibo a fine giornata.
La povertà assoluta che esisteva nei secoli precedenti era stata eliminata. Ciò aveva diminuito nettamente scontri e disordini tra le persone. Ma comunque le differenze tra le classi si vedeva ancora.
La mia famiglia si collocava nel mezzo. Io, insieme a pochi altri ragazzi del corso, ero quindi una delle ragazze più povere che avessero scelto per questa carriera.
Le tende si aprirono nell’esatto momento in cui F5 posò il vassoio sul tavolino.
Erano le 7,30.
Una luce grigiastra entrò nella camera rischiarandola; l’azzurro del cielo si vedeva soltanto nei film, ormai. Era stato sostituito dalla coltre lattiginosa degli inquinanti che erano stati adoperati nei secoli passati, impossibili da eliminare. Durante il giorno si rischiarava debolmente grazie ai raggi di un pallido sole nascosto da qualche parte oltre lo strato gassoso e diventava di un grigio argentato più chiaro. Ma mai azzurro.
Da quando ero nata non avevo mai visto coi miei occhi la potenza del sole libero dalla nebbia, né mai sentito il suo calore sulla pelle. Men che meno avevo avuto modo di os- servare la luna e le sue stelle. Avevo letto tante storie e visto documentari su quanto potesse essere romantico e divertente rimanere ore ad ammirare la Via Lattea e studiare tutte le costellazioni visibili.
Una volta la gente lo faceva. Sapevo che dal vivo erano bellissime.
Fin da bambina mi aveva sempre incuriosito la storia del- le stelle cadenti e di come queste portassero fortuna se ti capitava di vederle; conoscevo la spiegazione scientifica che si celava dietro al fenomeno e per questo non avevo mai capito come potessero essere di buon auspicio. Forse perché erano difficili da individuare. Me le immaginavo come piccoli fuochi d’artificio che sfrecciavano velocemente nella volta celeste.
Peccato non poterle più guardare.
«Buongiorno Ellie. Oggi è una splendida giornata per l’Incontro. La temperatura questa mattina sarà intorno ai 13,7 gradi e raggiungerà i 18,2 nel pomeriggio. Ho lasciato in bagno tre possibili abbinamenti da scegliere; io consiglio quello con la gonna rossa. Preferisci succo d’arancia o di pompelmo?»
F5 mi distolse dai miei pensieri riportandomi alla realtà. Mi succedeva spesso di perdermi tra i meandri della mia immaginazione; vivevo più dentro la mia testa che fuori.
Indicai la bottiglia che reggeva con la mano destra, quella con il succo d’arancia.
Ogni volta che potevo evitare il pompelmo, lo facevo. Il sapore non mi piaceva proprio.
Mi tirai su per appoggiare la schiena sul cuscino e iniziare a mangiare; non riuscivo nemmeno a parlare senza aver prima mangiato o bevuto qualcosa.
Quella mattina non era andata male. Mi era toccata una ciotola di yogurt ai frutti di bosco con more e lamponi freschi e cereali sparsi sopra, più un piatto con delle lunghe foglie verdi e delle radici da rosicchiare.
Dopo la brodaglia disgustosa che mi avevano propinato un paio di giorni prima, avevo cominciato a temere il pasto mattutino. Per fortuna il mio corpo aveva ripreso le sue fun- zioni regolari, così F5 non me l’aveva più proposto.
Mangiai affamata tutto quanto, poi saltai giù dal letto e andai a lavarmi e vestirmi mentre F5 riportava il vassoio in cucina e riordinava la stanza.
In bagno fui avvolta da un piacevole tepore accogliente. Come sempre, mi presi un momento per godermi la sensazione confortevole del pavimento riscaldato sotto ai piedi nudi.
Lo schermo dello specchio era già acceso e trasmetteva le principali notizie della giornata.
Abbassai il volume perché non ero ancora pronta ad ascoltare la voce asettica del notiziario, e, dopo aver fatto la pipì e controllato che fossero a posto i parametri dell’urina, mi infilai sotto la doccia.
Il timer era impostato a quindici minuti, ma furono sufficienti per farmi riprendere e rilassare allo stesso tempo.
Seguendo il consiglio di F5, scelsi l’abbinamento con la gonna rossa e, puntuale come al solito, alle 8,15 ero pronta per uscire e andare all’università.
Avevo voglia di fare due passi, così m’incamminai lungo la via alla mia destra, illuminata ancora dai led notturni.
C’erano poche persone in giro.
Non era usuale camminare per strada, soprattutto a quell’ora del mattino.
Il maglev scolastico passò silenzioso a pochi metri da me e in un attimo scomparve alla vista. Era incredibile come un mezzo così veloce, con tutti quei ragazzini agitati e chiassosi a bordo, riuscisse ad attraversare quietamente la città.
Quando mi superò, riuscii a scorgere da un oblò vetrato l’immagine fugace di un bambino dispettoso che provava a sfilare il cappellino rosso dalla testa di un compagno, tutto eccitato per lo scherzo. Poi in un lampo sparì. Più veloce di un colpo d’occhio.
Scene del genere erano come quei fotogrammi fulminei che venivano inseriti nelle vecchie pellicole per essere colti e notati da pochissimi spettatori attenti: a volte non sapevo neppure se le avessi viste davvero o me le fossi immaginate. Accadeva tutto così in fretta che quasi non mi accorgevo che il maglev fosse passato. Era l’unico mezzo di trasporto autorizzato a transitare al suolo. Era impostato a una velo- cità ridotta per consentire il recupero dei bambini e il loro trasporto a scuola.
Gli altri veicoli pubblici transitavano per brevi tratte dentro capsule vetrate che si estendevano sopra i tetti della città, o altrimenti sottoterra, se i percorsi erano più lunghi. Tranne quelli adibiti alle emergenze sanitarie e ai servizi di sorveglianza. Loro potevano circolare dove volevano a qualsiasi orario e velocità.
“Chissà come facevano una volta a gestire la circolazio- ne, visto che c’erano anche i mezzi privati. Quelle scatole potevano trasportare soltanto quattro o cinque persone alla volta, ma perlopiù erano utilizzate da una soltanto. E inqui- navano pure! Follia.”
Un signore con il suo H8 mi passò di fianco, sfiorandomi con la cerniera della giacca la mano.
Era la prima persona che incrociavo. Oltre a noi, solo il grigio delle case e dei marciapiedi.
«Ahia!» esclamai, più per lo spavento del contatto che per il dolore. Avevo ancora davanti agli occhi l’immagine dei due ragazzini e non l’avevo visto avvicinarsi.
«Ti ha fatto male?» chiese subito F5 voltandosi verso di me.
«No, no, tranquilla. Mi ha solo spaventata. Ero sovrappensiero.»
«Ancora quell’incubo? Ci stai pensando troppo, Ellie. È solo un sogno, ne sono sicura. Nulla di più. Probabilmente quella madre o quel bambino li hai visti da qualche parte, te l’ho già detto. In qualche immagine, in palestra, su un mezzo… può essere stato ovunque. Non te lo ricordi, ma la tua mente avrà conservato e memorizzato i loro volti.»
In realtà non stavo pensando a quello, ma colsi l’occasione per parlarne ancora.
«Mmh, non credo. E poi è davvero strano sognare sem- pre la stessa cosa dall’inizio alla fine, non trovi? Sempre identica? Sempre uguale? Ma dai! Dici così soltanto perché tu non puoi fare sogni.»
Mi dava fastidio quando F5 sminuiva il mio incubo ricorrente. Perché per quanto mi riguardava avevo la chiara sensazione che si trattasse di un messaggio importante, una specie di avvertimento o previsione del futuro.
«Solo perché non posso sognare, non significa che non sappia di cosa si tratti. Ti posso illustrare tutte le fasi oniri- che, come funzionano e cosa succede al tuo cervello quando dormi. Inoltre, non è detto che il sogno sia ogni volta esatta- mente uguale. Lo ricordi sempre allo stesso modo, ma non vuol dire che sia così. Sai benissimo che i sogni che si fanno durante la fase REM non si possono ricordare.»
Come al solito aveva ragione. Non poteva sbagliarsi. Non era programmata per farlo.
Ma io sentivo che c’era qualcosa di più. Qualcosa di im- portante. Qualcosa che una macchina non avrebbe potuto capire.
Feci spallucce perché non avevo voglia di ribattere e continuai a camminare guardando davanti. I led notturni si spensero proprio in quel momento.
Presto la strada si sarebbe interrotta e avremmo dovuto girare a destra, prendere il secondo incrocio sulla sinistra, fare quasi un altro chilometro, svoltare di nuovo a destra e finalmente saremmo arrivate.
Ero soddisfatta di ricordarmela tutta; avevo impiegato un po’ a memorizzare il percorso, visto che le vie che si snoda- vano tra le case erano tutte uguali, grigie e neutrali. Non c’era niente che potessi prendere come punto di riferimento, e gli edifici non presentavano differenze all’esterno. Stessa forma, stesso colore, stessa dimensione.
Inoltre i primi tempi l’avevo fatta davvero poche volte, forse tre o quattro, e l’avevo imparata solamente di recente, all’ultimo anno di corso. Quando non mi sarebbe più servita.
Ma tanto con F5 al seguito non ero mai arrivata in ritardo e ovviamente non mi ero mai persa.
“Chissà come facevano a vivere le persone senza robot? Io impazzirei senza F5. Faccio praticamente tutto insieme a lei. È la mia guida, la mia consigliera, la mia migliore amica, il mio braccio destro. Quasi una sorella o una madre. Anzi meglio. Non potrei mai farne a meno. Ho solo lei in fin dei conti.”
F5 era un modello evoluto, uno degli ultimi in commercio. Non tutti potevano permetterselo. Nemmeno io, se non fosse stato per l’università. Noi, i prescelti del corso di City Management, potevamo possedere a titolo gratuito ogni tipo di dotazione necessaria che facilitasse i nostri studi e le vite.
Era sicuramente un premio per tutti i sacrifici che stava- mo sopportando e avremmo dovuto sopportare.
Eravamo dei privilegiati, e la cosa creava non poca invidia a tanti nostri coetanei. Personalmente, non mi piaceva quel genere di discriminazione, basata soltanto su chi eri e sul ruolo che occupavi nella società.
Non era colpa nostra, non avevamo deciso noi di essere i prescelti.
A volte desideravo non avere tutti quei vantaggi. Avrei preferito non essere così intelligente e vivere una vita più semplice. Ma non potevo cambiare le cose. Non potevo scegliere. Era così che funzionava il nostro Mondo. Era così che funzionava il Sistema.
Presi posto in fondo all’aula, anche se c’erano ancora molte sedie vuote nelle prime file.
Non mi era mai piaciuto stare troppo vicina ai professori, non mi sentivo a mio agio; non c’era una ragione in particolare, ma era così.
Almeno su questa cosa ero libera di decidere.
Poco alla volta, tutti i miei compagni arrivarono e si misero a sedere.
Quando qualcuno entrava, ci giravamo verso la porta per salutarlo con un cenno della mano o della testa per poi ritornare a quello che stavamo facendo. Anche i robot salutavano e forse il loro era un saluto più caloroso.
Mi guardai intorno. C’era chi stava leggendo, chi scriveva, chi giocava o parlava con il proprio F5… tutto rigorosamente a voce bassissima per non disturbare. O non coinvolgerti nella conversazione. Nessuno parlava con gli altri, sebbene ci vedessimo così poche volte. Teste basse e sguardo schivo. Io stessa evitavo ogni tipo di contatto.
Quando arrivarono tutti e fummo al completo, in aula continuò a regnare un silenzio quasi assoluto, sporcato solo da deboli bisbigli.
Nessuno sapeva cosa dire.
Non eravamo stati abituati a fare conversazione. Mai. Fin da piccoli le interazioni con gli altri ci venivano limitate.
Questi incontri erano sicuramente uno strappo alle regole e alla normalità. Era difficile uscire dalle abitudini. Ma ci conoscevamo perfettamente e sapevamo tutto gli uni degli altri: appena iscritti avevamo ricevuto dei lunghi elenchi sul- la vita di ogni nostro compagno, dettagliati in ogni aspetto. I componenti della famiglia, gli hobby e i gusti personali, come si vestiva e le taglie dei vestiti, dove viveva, i suoi con- tatti, le esperienze fatte da piccolo e le aspirazioni future. Eravamo dei libri aperti ma, nonostante ciò, dei perfetti sconosciuti.
Di fianco a me non si sedette nessuno.
Mi venne di colpo in mente che forse, l’ultima volta, il professore ci aveva lasciato dei compiti da fare e non ero sicura di averli fatti. Non mi ricordavo più. Era passato un mese.
Panico.
«Mi proietti l’ultima slide degli esercizi, per favore? Non mi ricordo quali erano,» chiesi sottovoce a F5. Mancavano cinque minuti all’inizio della lezione e, se non li avessi fat- ti, avrei rischiato di fare una pessima figura davanti a tutti. Odiavo passare per scansafatiche, dato che ero un’ottima studentessa.
F5 proiettò il foglio davanti a me. Anche se sapevo che potevo vederlo solo io grazie alla connessione privata, mi voltai per vedere se qualcuno mi stesse guardando.
Nessuno.
Stavo leggendo le prime righe, quando F5 proiettò un secondo foglio: era lo svolgimento e la risoluzione dei pro- blemi. Li avevo fatti io. Diedi un’occhiata veloce e mi tornò in mente tutto quanto. Mi tranquillizzai e tirai un sospiro di sollievo.
“Meno male. Che spavento!”
Il cuore tornò a battere normalmente.
«Credevi ti avrei permesso di venire a lezione senza aver svolto gli esercizi?» fece F5 con voce scettica ma divertita.
In effetti sarebbe stato impossibile, ma per pochi secondi avevo avuto un vuoto di memoria e dallo spavento non ero riuscita a ragionare con lucidità.
Le stavo per dare una risposta a tono, scherzosa, ma in quel momento entrò in aula il professore e ci alzammo in piedi in segno di rispetto, fino a che non salì sul palco e andò a occupare la sua postazione.
Era il professor Patrick Palmer e teneva il corso di Project Management II insieme alla professoressa Gwiniver Greeny, ormai sua moglie da anni. Lei però quel giorno non c’era.
Ogni volta che lo vedevo non potevo fare a meno di pen- sare alla loro storia d’amore.
Avevano fatto scalpore quando si erano messi insieme, dato che lei era una giovane studentessa brillante e lui il suo professore. Non c’era grossa differenza di età tra i due, ma trovandosi in posizioni contrastanti, la loro relazione aveva messo in imbarazzo l’intero corpo docente. Nessuno poté accusarli di alcuna scorrettezza, sapevano come andavano le cose, ma nonostante ciò, tutti furono più tranquilli quando la Greeny, pochi mesi più tardi, si laureò e smise di essere l’allieva del professore. Scelse anche lei la carriera di insegnante; per molti anni lavorarono in strutture diverse, ma adesso, vicini alla pensione, erano riusciti a farsi trasferire nella stessa università e insegnare insieme in uno dei corsi più importanti dell’ateneo. Anche se non più giovanissimi, erano ancora due belle persone, sia d’aspetto che nell’animo. Non avevano potuto avere bambini, perciò avevano trascorso tutta la vita insieme agli studenti. Erano come figli per loro.
“Magari ne avrebbero voluti. Sono sempre stati amorevoli. La Greeny a volte quasi come una… madre.”
Palmer impiegò qualche minuto per togliersi la giacca e prendere il materiale che gli serviva; non si andò a sedere dietro la scrivania dei docenti posta al lato del palco, ma si diresse verso il centro, passando in rassegna l’intera aula.
Era una cosa strana.
Nessun professore guardava mai così attentamente i propri alunni. Ormai, con le lezioni quasi tutte virtuali, si erano persi il calore e la gioia dello stare insieme, persino le poche volte in cui dovevamo incontrarci fisicamente. Tutti ci affidavamo alle macchine, ai nostri compagni robot, così perfetti che ci avevano fatto dimenticare le sfaccettature umane, negative e positive.
Per questo era quasi inusuale guardarsi negli occhi, soprattutto in un ambiente come quello, dove bastava proiettare sui banchi ciò che si voleva insegnare, collegandosi ai sistemi interni degli F5.
Ma il professor Palmer non sembrava intenzionato a ef- fettuare nessun collegamento.
«Buongiorno, cari studenti. Sono lieto di vedervi questa mattina per una delle lezioni più importanti e a me più care: la mindfulness al lavoro. Qualcuno sa di cosa sto parlando?» chiese sorridendo e guardando la platea stupita di fronte a sé.
Nessuno di noi si era aspettato un simile inizio, tantomeno così diretto e coinvolgente.
Percepii un brivido di ansia salirmi lungo la schiena e notai dagli sguardi atterriti dei miei compagni che anche loro non si sentivano a proprio agio. C’era il rischio di dover parlare in pubblico, e a nessuno piaceva.
Una F5 seduta in prima fila alzò il braccio per attirare l’attenzione.
Il professore non sembrò gradire granché, ma con edu- cazione le fece cenno di parlare.
«Professor Palmer, scusi l’interruzione, ma stando al pro- gramma fornito all’inizio dell’anno, oggi avrebbe dovuto esserci una lezione sull’analisi S.W.O.T. Come mai questo cambiamento? Può inviarci il nuovo materiale da proiettare, cortesemente? La ringrazio molto.»
Il tono usato era stato educato, formale ma anche un po’ freddo.
Un robot non poteva mancare di rispetto a un superiore e sapeva utilizzare un linguaggio appropriato al contesto, ma rifletteva anche il carattere del proprio utente, trasmettendone le sensazioni e le emozioni.
Mi spostai leggermente in avanti per capire a chi appartenesse.
Lucy Hang. Una ragazza spocchiosa, viziata, figlia di papà. Consapevole del fatto che presto avrebbe ereditato l’impero del genitore diventando una delle persone più ric- che nel Sistema. La sua famiglia si occupava della manutenzione meccanica ed elettrica dei robot, ed essendo stata la prima a introdurre un metodo di assemblaggio altamente rivoluzionario usato successivamente da tutti i produttori, deteneva il monopolio del mercato.
Lucy era obbligata a venire a lezione con l’F5 fornito dall’ateneo, ma sapevamo tutti che per ogni altra mansione utilizzava un K8 o un K9, versioni di robot altamente più evolute ma non ancora in commercio.
Palmer studiò con sguardo serio il robot e poi Lucy, e infine si rivolse a tutti noi, senza perdere il sorriso.
«Come ho già detto, vi prego di dirmi se qualcuno di voi conosce l’argomento della mindfulness e di come questa si applichi al mondo del lavoro. Credevo fosse scontato che l’argomento della lezione di oggi sarà questo, e vi chiedo di stare attenti e rispondere coerentemente a quanto richiesto. Non ci saranno proiezioni, né slide. Nessun materiale passerà attraverso i vostri robot. Dovrete perciò prestare la massima attenzione. Vi posso concedere di registrarmi, se temete di perdervi alcune parti del discorso e ciò vi fa stare più tranquilli,» concluse guardando in maniera ironica Lucy e aspettandosi da lei un’ulteriore replica.
La ragazza diventò rossa fino alle orecchie e si girò verso il suo F5 per provare a nascondere il disagio.
“Le sta bene. Insolente!” dissi tra me e me.
Le tre ore di lezione volarono via in un lampo. Furono molto istruttive e soprattutto originali.
Presi talmente tanti appunti che la mano destra mi continuò a formicolare anche alcuni minuti dopo che ebbi smesso di scrivere. Mi sporcai persino tre dita con l’inchiostro. Non ero abituata a utilizzare la penna, ma avevo provato a seguire il consiglio del professore e usare questo antiquato metodo per prendere nota. Palmer riteneva consentisse di creare una sinergia più forte e intima con l’interlocutore e che aiutasse a concentrarsi di più. All’inizio era stato fatico- so, quasi doloroso, poi a poco a poco avevo trovato il ritmo giusto ed era andata meglio.
Il professore ci aveva spronato più volte a farlo per vivere un’esperienza al cento per cento mindfulness. Aveva anche voluto interagire con noi, stuzzicandoci con domande e quesiti. Nessun professore prima di allora aveva osato tanto. I primi minuti furono imbarazzanti, nessuno osava rispondere e ci guardavamo intimiditi, come se fosse la prima volta che ci vedevamo per davvero. Avevamo lo sguardo spaesato e spaventato. Ai robot fu vietato di parlarci e a noi di parlare con loro. Fummo obbligati a settarli in modalità “relax” per non cadere in tentazione. Alla fine, fui io la prima a rompere il ghiaccio con un debole “sì” bisbigliato a voce bassissima, ma che diede il coraggio agli altri di provare a rispondere a loro volta. Alla fine della lezione fummo in grado di articolare delle vere e proprie frasi udibili in tutta l’aula. Riuscivamo a guardarci negli occhi per diversi secondi senza imbarazzarci e, alcune volte, anche a sorriderci. Avevamo soltanto parlato, ma ci sembrava di avere compiuto una grande impresa.
Eravamo soddisfatti.
«Sono davvero orgoglioso di voi. Siete riusciti a gestire le vostre ansie e timidezze e avete provato ad ascoltarvi e capi- re ciò che vi stavate dicendo. Bravi. Questo è un approccio mindfulness verso il prossimo. Tenetelo a mente nel futuro e in ogni cosa che farete. Non siamo numeri, ma persone. Ricordatevelo.»
La lezione si stava concludendo.
«Prima di salutarci, vi lascio l’esercizio da fare per la pros- sima volta. Lo invio a ciascun F5. Dovrete rispondere ad al- cune domande personali. Vi permetteranno di capire meglio i vostri punti di forza e di debolezza, ciò che siete portati a fare o meno. Non tiene conto dei test che avete già fatto nel corso della vostra vita. Sono semplici quesiti le cui risposte saranno libere, purché oneste, in base a ciò che credete realmente di voi stessi. Inoltre, vi è un piccolo caso di studio su cui dovrete sviluppare un’analisi S.W.O.T. per rimanere al passo con il programma,» aggiunse Palmer guardando con malizia verso Lucy. «Tutta la teoria la trovate sulle slide già caricate nei sistemi. Se avete dubbi o non capite alcune parti, sapete come contattarmi.»
Palmer si infilò la giacca, era il segnale che aveva terminato. Iniziammo ad alzarci.
«Ah dimenticavo, gli esercizi non dovrete svolgerli da soli, ma insieme a un’altra persona. Le coppie verranno estratte e pubblicate questa sera. Vi auguro una buona giornata, ragazzi, e vi ringrazio per l’attenzione,» concluse sorridendo prima di uscire dall’aula. Ci aveva di nuovo lasciati tutti a bocca aperta.
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