Prologo
Per sfogarsi da quella nuova realtà che stava vivendo. Era entrato in un incubo da cui non riusciva più a svegliarsi.
Si alzò di scatto, spostando malamente la mano di una signora che cercava di aiutarlo.
Cercò di alzarsi per raggiungere la fermata e rifugiarsi in metro- politana.
Poi la vide.
Sporca di sangue, con una profonda ferita al collo da cui sgorgava ancora del materiale interno.
Lo stava fissando. Lo stava indicando.
Si trovava a qualche passo da lui.
Era appena uscita da uno dei negozi ubicato prima dei tornelli e
stava puntando dritto verso di lui.
Lo fissava.
Ma non aveva più lo sguardo amichevole e il sorriso dolce di sempre. Era una maschera di odio.
Di dolore.
Lui sapeva che era morta. Non credeva negli spiriti. Nei fantasmi. Eppure, lei era lì. Non la stava immaginando.
Sapeva che era tornata per lui.
Urlò per rabbia. Per paura.
Capitolo 1
Garret
«Porta delle birre fresche per i miei amici!» urlai al barista per farmi sentire oltre gli schiamazzi e la musica.
Li avevo appena conosciuti. Non erano veri amici ma non mi im- portava. Mi stavano tenendo compagnia ed erano capaci di tenere una stecca in mano. Non una cosa da poco.
Amavo giocare a biliardo, soprattutto dopo il lavoro e bermi un paio di birre fredde. Mi servivano a tenere alta la concentrazione e a non addormentarmi.
Inoltre una delle ragazze con loro era decisamente sexy. Mi aveva già lanciato delle occhiate che lasciavano poco all’immaginazione e continuava a sorridermi senza perdermi di vista un attimo.
Il cameriere arrivò poco dopo con un vassoio colmo di bicchieri su cui galleggiava uno spesso strato di birra bionda. Per fortuna era fredda e scolai metà del mio in un unico sorso.
«Ehi amico, vacci piano. Così non ci sarà gusto a batterti!»
Aveva parlato il ragazzo con i lunghi baffi castani. Si era poi avvicinato e mi aveva dato una pacca sulla spalla ridendo. Pensava fossi ubriaco.
Non mi ricordavo il suo nome. Non mi ricordavo il nome di nessu- no di loro ma sapevo che era lui lo spaccone del gruppo. Si vedeva da come camminava e parlava. Era il genere di persona che non sopportavo. Mi irritavano solo per i modi di fare e, il più delle volte, finivano per terra ad assaggiare i miei calci e pugni.
Ma quella sera mi ero ripromesso di non fare nulla di avventato. Non potevo. Mi volevo solo rilassare e vincere una maledetta partita a biliardo.
Respirai più forte per concentrarmi e placare la sensazione di fastidio che mi stava assalendo. Il richiamo di una scazzottata era forte e dovevo reprimerlo sul nascere prima di non riuscire più a contenermi.
«Potrei stracciare tutti voi anche finendomi l’intero vassoio». Mi pulii con la mano la schiuma che mi era rimasta sulle labbra. La ragazza mi guardò ammiccando.
I ragazzi invece non si curarono di nascondere le risatine e gli schiamazzi. Pensavano davvero di aver davanti un deficiente con cui divertirsi un po’.
«Va bene, amico. Ci stiamo. Te contro tutti noi. E prima… Ti finisci il vassoio. In un colpo solo. Se vince però uno di noi, ci offri da bere gratis per tutta la settimana».
«E la tua giacca di pelle. Io voglio anche quella».
Si unì il ragazzo pelato alla sua destra. Non l’avevo quasi notato in tutta la serata.
«Ci sto». Risposi senza pensarci.
«Tu cosa vuoi in caso di vittoria?» mi domandò lo spaccone usando un tono scettico. Non credeva nemmeno per un attimo che potessi vincere.
«Offrire da bere a lei». Dissi soltanto quelle parole, indicando la ragazza seduta vicino a noi. Non mi importava fosse la fidanzata di qualcuno di loro. La volevo.
E la volevo quella sera, dopo le tre birre che mi stavo per bere, la partita vittoriosa a carambola e una bella pisciata. Sentivo già lo stimolo ma volevo concludere prima il tutto; se fossi andato in bagno, avrebbero pensato che mi stessi ritirando o avessi paura.
Il ragazzo mi guardò in uno strano modo. Sembrava gli fosse venuto un tic alla bocca da come la muoveva a intermittenza. Poi fu la volta dei pettorali. Anche da sotto la maglietta si vedeva che li stava contraendo. Alzò il braccio destro per grattarsi la spalla sinistra e vidi spuntare un tatuaggio con la scritta “Big” sul bicipite scoperto.
Stava prendendo tempo. Anche gli altri due suoi amici presero a guar– dare prima me poi lui con uno sguardo carico di suspence. Forse era la sua donna. O forse la desiderava ma non era ancora riuscito ad averla. Non me ne fregava niente. Dopo un’attesa che sembrava infinita, parlò.
«Non posso decidere io per conto suo. Chiedilo direttamente a lei».
Dal tono cercava di trasmettere una sicurezza che era completamente assente negli occhi. E come si sa, gli occhi sono lo specchio dell’anima e della verità. Aveva scaricato la responsabilità sulla donna.
Codardo.
Mi girai. Lui le si era avvicinato e le aveva circondato le spalle con un braccio. Stava marcando il territorio.
Non mi feci intimidire. Le feci cenno con la testa di avvicinarsi. Lei lo fece, liberandosi all’istante da quella presa. Un buon inizio, pensai.
«Cosa ne dici se dopo ti offro da bere? Posso?» Non persi tempo a chiederle il nome. Non me lo sarei ricordato. Mi piaceva andare dritto al punto. Lo facevo sempre, in qualsiasi circostanza. Lavoro o divertimento.
E anche lei. Non perse nemmeno un secondo a pensarci, annuendo alle mie domande. Sembrava non vedesse l’ora di avere una scu- sa per abbandonare quel trio. Non si girò indietro a guardare gli altri e la cosa mi eccitò.
Vinsi la partita in pochi minuti lasciando i miei tre nuovi amici senza parole. Mi avevano sottovalutato. Non avevano studiato bene il loro avversario e avevano perso. Non potevo biasimarli. Lo facevano in molti.
«Amico, forse vuoi concederci una rivincita?» Lo spaccone si stava avvicinando.
In mano continuava a stringere la stecca e i suoi due amici lo seguivano a qualche passo di distanza.
Avevano tramato sicuramente qualcosa mentre mi ero assentato per andare in bagno. Sapevo che avrebbero tentato di dissuadermi, con le buone o le cattive. Essere tre contro uno, infondeva una certa supremazia. Ma come prima stavano di nuovo sbagliando le valu- tazioni.
Iniziai a sentire un brivido di adrenalina scorrere lungo la schie- na. Ma non potevo lasciarmi andare. L’avevo promesso.
«Merda» sibilai a denti stretti.
Ero appena uscito da una bella strigliata la settimana prima per un occhio nero che mi ero fatto, rischiando la sospensione. Non avevo più possibilità di sbagliare. La ragazza era dietro di loro, in piedi e mi sorrideva felice.
«No, ragazzi, nessuna rivincita. Noi ce ne andiamo».
Posai la stecca sul tavolo che toccò la palla bianca facendola andare in buca. Presi la giacca appoggiata sullo schienale di una sedia e mi vestii. Stavo infilando il portafoglio dentro la tasca interna sinistra quando mi sentii toccare il braccio.
«Io dico che la vuoi fare». Lo spaccone mi stava stringendo. Sentii la pressione aumentare e le sue unghie penetrare lievemente nella mia pelle. Anche se la sua ultima birra l’avevo bevuta io, puzzava lo stesso di malto. Malto misto a fumo. Notai che aveva i denti storti e marroni. Uno era rivestito da una placca d’oro, di quelle che si usavano trent’anni prima.
«E io ti dico di no». Risposi con voce calma.
Con una mano gli girai di colpo il polso evitando di fargli troppo male e con l’altra aprii di poco il giubbotto per fargli vedere il distintivo. Sarebbe bastato per troncare la conversazione e farmi uscire senza commettere danni. I suoi amici si avvicinarono di colpo per aiutarlo ma lui lì fermò con un cenno della mano.
«Tranquilli, è tutto ok. Il nostro amico ci stava solo salutando. Andiamocene anche noi».
Li lasciai andare. Li guardai mentre si allontanavano dal tavolo velocemente e si dirigevano verso la porta d’uscita. Sapevo che non li avrei più rivisti. Ma tanto ci sarebbero stati nuovi amici nelle serate successive.
Andai verso la mia nuova ospite che mi attendeva in piedi davanti uno sgabello del bancone. Non l’avevo notato subito, ma indossava una maglia velata che non nascondeva per niente il seno sodo, tirato ancora più su da un reggiseno push-up nero. Dall’alto intravidi i capezzoli turgidi che puntavano come se volessero perforare il mate- riale. Si era rimessa il rossetto rosso e teneva tra le mani una piccola borsetta di pelle nera.
Erano le tre di notte e avevamo ancora un sacco di tempo davanti a noi prima del sorgere di un nuovo giorno. La notte era nostra.
Io amavo vivere prima dell’alba. Soprattutto quando non mi chiamavano in servizio per delle emergenze e potevo fare quello che volevo. Ero abituato a quegli orari e non mi importava go- dermi meno il giorno. Il buio era molto più affascinante e la città svelava il suo lato migliore in quei momenti: si aprivano le porte dei locali più trendy, venivano servite le birre più fresche e le don- ne uscivano di casa più sensuali e affascinanti. Tutto quello che amavo e mi serviva. Adoravo la mia città. Sempre viva e colorata come nessun’altra.
«Ti va bene se ti offro qualcosa da bere a casa mia? Ti posso mo– strare dove vivo. Non è molto lontano da qui».
Mi sorrise. Non le piaceva parlare molto e lo apprezzai. Odiavo chi mi tempestava di domande e mi raccontava tutto sulla sua vita, come se fossi un prete. Lei era come me; una di quelle persone che passava subito ai fatti, come mi dimostrò pochi minuti dopo.
** *
Quella mattina mi svegliai presto. Era quasi l’una quando gli occhi si sforzarono ad aprirsi.
Clara o Lara se n’era già andata. Mi ricordavo solo che aveva provato a svegliarmi verso le sette e mezzo. Lei doveva uscire per andare al lavoro e mi chiedeva qualcosa riguardo a quando ci saremmo rivisti.
Mi deluse. Non era poi tanto diversa dalle altre: regalata una bella nottata, si sentivano già coinvolte sentimentalmente. Avrei potuto anche rivederla, ma non volevo illuderla e crearmi problemi.
Dopo un attimo sentii una vibrazione. Era il telefono sopra il comodino, il motivo per cui mi ero svegliato così presto.
Cercai di ignorarlo e mi girai dall’altra parte. Un debole spiraglio di luce entrava prepotentemente da una fessura che era sfuggita al serrato controllo delle persiane, non chiuse bene la sera prima.
Sperai di riuscire a riaddormentarmi. Mi tirai il lenzuolo fin sopra la testa per cercare di non avere più distrazioni. Ma il telefono continuò a vibrare. Imprecai innervosito. Non mi piaceva essere svegliato così presto.
Spostai il cuscino che avevo al mio fianco. Odorava ancora del profumo della ragazza. Rotolai sul fianco sinistro, allungando il braccio per prendere e spegnere quell’aggeggio infernale. Non ero mai stato un patito dell’elettronica e, in quel momento, la stavo odiando con tutto me stesso.
Guardai il display.
Aveva smesso di vibrare ma era ancora illuminato. Strabuzzai gli occhi per leggere il nome della persona che aveva interrotto il mio sonno.
Mi tirai subito su. Strofinai le palpebre con le dita, passando le mani tra i capelli per togliermi i ciuffi ribelli davanti al viso e lo richiamai immediatamente. Se mi aveva cercato a quell’ora significava che doveva parlarmi di qualcosa di urgente.
Rispose al primo squillo.
«Garret! Ti stavo mandando una squadra per vedere se fossi ancora vivo. Vieni in centrale. Ti devo parlare».
«Sissignore» dissi in riposta più forte di quanto pensassi. Ma la linea era già interrotta. Garret non era il mio nome di battesimo, ma quello che usavo da quando ero entrato al servizio dell’arma. Un nome talmente tanto radicato in me da avermi fatto quasi dimenticare il mio.
Nonostante i modi bruschi e l’assenza di gentilezza, adoravo il sergente Daviz. Era il mio mentore, colui a cui aspiravo di diventare e, un giorno, prendere il posto.
Era cresciuto nelle forze armate del Paese dove si era fatto le ossa, più tra i territori stranieri che a casa, combattendo due scontri e dirigendone uno. Grazie alla sua prontezza e sangue freddo, era riuscito ad anticipare un attacco a sorpresa in Medio Oriente, salvando la vita al suo intero plotone. Era rimasto ferito e la gamba destra ne aveva risentito. Riusciva ancora a camminare ma non era più in grado di essere operativo in prima persona sul campo. Era stato rimandato in patria a dirigere alcuni reparti di polizia, dove aveva continuato a crescere diventando sergente ma, voci di corridoio, dicevano che presto l’avrebbero mandato in qualche organizzazione più importante. Censurata. Se lo sarebbe meritato; aveva una mente brillante ed era il numero uno nel suo lavoro.
Mi aveva selezionato personalmente e speravo di continuare a lavorare nel suo team ancora per molto altro tempo.
Era il padre da imitare che non avevo avuto, visto che il mio non possedeva la grinta e la voglia di darsi da fare. L’unica cosa buona che aveva fatto il mio vecchio, era stato darmi i soldi per pagare i test d’ammissione e l’accademia di polizia. Non aveva mai creduto in me. Il sergente Daviz sì. Mio padre era contro le armi, la disciplina e tutto ciò che serviva e aiutava il Paese. Riteneva che tutte le autorità, Corona compresa, si erano sempre approfittati dei soldi dei poveri lavoratori per propri egoistici interessi personali. Era quindi stupido servirli. Ed io quindi lo ero visto che lo facevo di lavoro.
Mi precipitai in bagno per darmi una ripulita veloce. Vidi sullo specchio un cuore rosso, fatto con del rossetto. Lo cancellai velocemente con l’asciugamano ma feci più danno che altro ingrandendo la macchia colorata sfumata. Almeno la forma non c’era più. L’avrei ripulito meglio la sera.
Mi rimisi le mutande del giorno prima per fare prima e indossai la divisa. In cucina, allungai la mano sul cestino della frutta per prendermi una banana, prima di uscire di casa. Il caffè l’avrei preso al lavoro, anche se lì faceva proprio schifo, ma non avevo tempo per fermarmi da Costa o Starbucks.
Mi buttai nel traffico. Decisi di andare in macchina. Avevo un posto auto sotto il portone e, al lavoro, un parcheggio riservato. Non mi sarei mai avventurato altrimenti nella giungla cittadina sulle quattro ruote a quell’ora.
Il traffico mi sorprese. Fu meno incasinato di quello che temetti. Non dovetti fare nessuna infrazione e, quasi venti minuti dopo, mi trovavo a salire le scale della centrale.
Era una succursale minore della sede principale. Si trovava in una via che sfociava in Queen’s gate. La zona era tranquilla con ampi marciapiedi e viali alberati lindi che mostravano palazzi e tenute bianche di due o tre piani da cui spesso sventolavano bandiere di ogni nazione. Il quartiere ospitava molte ambasciate e organi pro- venienti da tutto il Mondo.
Era una delle aree più belle e residenziali della città, circondata da parchi e musei. E sicuramente molto ricca. Spesso avevo sognato di poter vivere lì un giorno.
La nostra sede era riuscita a collocarsi in quell’oasi, perché si occupava di smaltire per lo più casi di natura diplomatica. Non os- servavamo il crimine in prima persona ma gustavamo la sua ombra. C’era un sacco di sporcizia tra le alte cariche politiche. Più di quan- to uno pensasse.
Il nostro compito, oltre a scoprirla, era quello di seppellirla in buche tanto profonde quanto il naso non potesse respirarne più l’odore. Nemmeno per un naso di un segugio dall’olfatto fine.
Era sporcizia ad alti livelli e come tale bisognava trattarla con i guanti e tenerla in casa senza farla vedere in giro. Era una prassi generale. Tutti facevano così.
Andai davanti l’ufficio del sergente Daviz. La porta era chiusa. Dentro non giungeva nessun suono.
Mi girai per guardare Nancy, la segretaria, e capire cosa fare. Lei stava scrivendo qualcosa al pc e rispose al mio sguardo interrogativo, lanciandomi un’occhiata veloce da sopra la montatura degli occhiali.
Era la donna giusta per fare da segretaria al sergente: alta, robusta, imponente, dallo sguardo attento e minaccioso quanto serviva. Un donnone di colore che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. Intimoriva anche gli uomini più alti e grossi di lei. Solo il sergente Daviz riusciva a tenerla a bada. Più che una segreteria sembrava la sua guardia del corpo.
«Entra pure. Ti sta aspettando». Mi esortò ad andare, prima di riabbassare gli occhi e ritornare al suo lavoro. Il picchiettio della tastiera riprese a fare da sottofondo musicale nella stanza.
Nonostante il suo permesso, bussai alla porta e aspettai di essere invitato. Non mi sembrò di sentire niente. Nessuna voce o rumore. Infine entrai.
Aprii piano la porta per dar tempo al sergente di rendersi conto che qualcuno stava invadendo la sua privacy.
Lo trovai dietro la scrivania. Stava parlando al telefono. O meglio, stava ascoltando. Ogni tanto annuiva ma non proferiva parola. Mi guardò per alcuni secondi negli occhi poi indicò la sedia davanti a lui. Mi sedetti. Dovetti aspettare quasi dieci minuti in silenzio prima che la chiamata terminasse.
Il sergente Daviz mise i gomiti sulla scrivania e le mani vicino il collo. Lo faceva sempre quando doveva parlare di qualcosa d’importante che gli stava a cuore.
«Garret, ho un lavoro per te».
Tirai un debole sospiro di sollievo. Non si trattava di qualche brutta notizia.
«È una richiesta nata dalla volontà del Primo Ministro. Non ci possono essere ripensamenti o minimi errori».
Il sergente non perse tempo in chiacchiere andando dritto al punto, spiegandomi i dettagli.
Sentii dei brividi percorrere tutta la schiena e la pelle d’oca formarsi sulle braccia. Avrei fatto qualunque cosa mi avesse chiesto il P.M., anche andare a casa sua e pulirgli i bagni, se ciò mi avrebbe permesso di fare carriera. Annuii. Non dissi nient’altro. Non volevo rovinare la notizia con stupide e superflue parole.
Mi venne in mente una delle poche frasi di mio padre che mi ricordavo ancora e che condividevo nella mia quotidianità: un attimo di silenzio vale più di mille parole. Seguii quell’insegnamento.
«Devo organizzare una squadra di gente fidata che supervisioni i beni di due ambasciatori che vivono da noi: gli accessi ai loro caveau, gli spostamenti bancari che effettuano e la sicurezza delle loro abitazioni. Ci sono stati problemi alcuni giorni fa che potevano minare delicati equilibri mondiali e il nostro governo non vuole più rischiare. Ti voglio responsabile dell’organizzazione. Pare che questa richiesta sia partita in prima battuta dal nostro Regina».
Il Re. Il cuore si fermò nuovamente prima di riprendere la normale corsa. Non solo mi stava affidando un incarico richiesto dal P.M., ma era una richiesta nata dalla volontà del Re in persona. Non ci potevo credere. Una scarica di adrenalina mi scombussolò per alcuni istanti.
«A te voglio affidare le abitazioni private. Dovrai gestire la squadra che ti assegnerò, dividerla tra i vari punti da osservare costantemente, ventiquattro ore su ventiquattro, fare giri di supervisione e redigere un rapporto periodico con alcuni dati che ti farò avere.
Le altre zone d’interesse sono blindate, pochi conoscono la loro localizzazione. Al momento non rientrano nelle nostre competenze dirette. Non ne sarai a conoscenza. Ovviamente ogni informazione di cui entrerai in possesso sarà altamente confidenziale.
Le abitazioni custodiranno, oltre a beni di lusso inestimabili, anche i segreti più preziosi degli ambasciatori e tu sarai responsabile per la loro incolumità e segretezza. Insieme alla squadra, sarete controllati tutte le volte che entrerete e uscirete. Parlerete soddisfacendo le richieste solo con le persone che vi indicherò.
Non potrete raccontare a nessuno, e sottolineo a nessuno, cosa e chi vedrete dentro le ambasciate. Vivrete pressoché nell’ombra. Nessuna gloria finale o pubblica.
Non mi aspetto che tu mi dia una risposta subito. Per le ragio- ni che capirai, non ti posso lasciare nessun dossier con i dettagli dell’incarico. Studierai tutto qui, in centrale. Pensaci oggi e domani mattina mi darai una risposta».
Il sergente Daviz aveva finito di parlare e, con un gesto della mano, mi congedò.
Uscii in silenzio, sebbene non avessi bisogno di alcun secondo in più per pensarci. Avevo già preso la mia decisione nell’istante in cui mi aveva detto “Garret, ho un lavoro per te”.
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