A quanti di voi piace viaggiare? E quanti ancora piacciono i preparativi? A me molto entrambi. Il gesto di prendere la mia valigia da sopra l’armadio, liberarla dal lenzuolo protettivo e aprirla sul letto mi mette sempre tanta felicità, fin da quando ero una bambina. Inizio a respirare il profumo dell’avventura. Riempirla con i miei vestiti e oggetti è un modo per dirmi che presto ritorno a essere cittadina del mondo e protagonista di giornate imprevedibili.
I segreti della nonna
Quando ero piccola, mia nonna mi aveva insegnato a scrivere una lista di cose che mi sarebbero servite durante i miei viaggi… anche una settimana prima della partenza, in modo che nei giorni dei preparativi mi sarebbero venute in mente tutte le cose utili da portare. Per un po’ l’ho fatto (a computer però mentre lei lo faceva con carta e penna), mentre adesso vado più a istinto (e memoria dei viaggi precedenti). Però fedele ai suoi saggi consigli, inizio a preparare in anticipo e mi segno sul cellulare le cose che devo infilare all’ultimissimo per paura di dimenticarmele (In cinque con tre bimbi piccoli c’è sempre qualcosa da prender all’ultimo e comunque mi capita sempre di dimenticarmi in quale tasca ho infilato i pannolini e fazzoletti). Anche i preparativi della borsa o zaino a portata di mano sono indispensabili. Mi ricordo ancora quando, durante un viaggio in America, avevamo dovuto fare un atterraggio di emergenza ed eravamo ripartiti su un altro aereo. Le valigie erano rimaste su quello “rotto” ed eravamo riusciti a recuperarle solo due giorni dopo. I kit di cambio e igiene personale che avevo infilato nel mio zaino erano stati una benedizione (e mio marito lo sa bene visto che lui non ci aveva minimamente pensato portandosi dietro solo cose superflue!!!). Eravamo due ragazzini, pensavamo meno e nulla ci poteva spaventare troppo ma ora con il trio al seguito è meglio essere più organizzati e riconosco i vantaggi di un’ottima pianificazione.
Oltre a partire, mi piace pianificare il viaggio e studiarmelo prima per scovare i posti più belli da visitare e l’attesa è per me fonte di eccitazione. Sebbene l’iter della valigia richieda un po’ di tempo, mi sembra sempre che duri pochi secondi.. perché si sa, quando si fa una cosa che piace la si fa sempre volentieri e il tempo con essa vola.
Odio. Odio. Odio.
Ma cosa vi devo dire della valigia del ritorno? Quando si arriva a casa e bisogna disfare ogni cosa per rimetterla a posto? Vi piace questo momento? A me, al solo pensiero, viene la nausea perché io odio farlo. Odio. Odio. Odio. Non so spiegarvi il motivo ma è un’operazione che non ho mai sopportato sebbene sia decisamente più facile e meccanica. Bisogna solo mettere a lavare i panni sporchi e riporre al loro posto gli oggetti e le altre cose portate. Stop. Il tutto richiede la metà della metà del tempo delle operazioni di preparazione eppure a me sembra duri ore infinite. Anni.
In questi giorni al rientro da Roma ci ho pensato (se vi foste persi il racconto del viaggio potete ritrovarlo al link https://ericamorello.com/2023/04/06/roma-viaggiare-in-cinque-la-prima-volta/) e ho capito che dietro questi gesti si nascondono dei sentimenti e delle emozioni. Non si tratta solo del fastidio di dover attaccare lavatrici su lavatrici per ritornare padrona del guardaroba. Il fastidio lo provavo anche prima quando vivevo con i miei genitori e non mi occupavo di lavare. No. Il tutto risiede nel mio dispiacere nell’esser tornata alla normalità e aver salutato, per il momento, la Erica viaggiatrice e curiosa. Perché quando viaggio sono sempre io ma diversa (è la magia segreta del partire). Sono più libera e spensierata, a prescindere da dove sono o quanto lontano possa essere andata da casa e ritorno sempre con qualcosa in più nel cuore e nella testa. Una parte di me non vorrebbe più ritornare nella sicura e noiosa quotidianità e solo io so quante lacrime ho versato ogni volta che da ragazzina dovevo ritornare dai miei viaggi vacanza, come se un pezzo del mio cuore dovesse staccarsi e appassirsi per sempre. Le prime lacrime che mi ricordo le ho versate sull’aereo in partenza da Londra a soli dodici anni. Ero in vacanza con i miei genitori e il nostro gruppo di amici e ho sentito un forte magone dentro il petto che mi ha portata a bagnarmi le guance. Dentro di me ho sentito una sensazione strana, triste come se stessi commettendo un errore e dovessi rimanere.
Io non ho fatto del viaggiare la mia linea guida della vita. Ho vissuto due anni e mezzo a Londra per un periodo della mia vita, ma viaggio come hobby durante le vacanze. Non sono una travel blogger o una nomade digitale sebbene siano due figure che mi affascinano molto. Forse per paura. Vincoli. Semplicità. Non lo so. So però quello che provo quando parto e che mi porto dentro il cuore e penso siano le emozioni di chi ama davvero partire. Così ho capito il mio malessere iniziale al rientro e di soffrire della sindrome della valigia del rientro.
Anche a voi capita? Come vi sentite quando ritornate a casa?
Vi lascio riflettere su questi pensieri con alcune frasi estratte dal mio romanzo Teacher, un libro di avventura che mette sullo sfondo l’importanza di viaggiare e di lasciarsi andare per inseguire la propria strada. Chissà se in qualche modo non riuscirò a ispirare voi nel seguire la vostra.
Ero ritornata a essere di nuovo quella bambina euforica di partire, avida di assaporare nuovi sapori e colori di terre lontane, ma anche quell’adulta felice di ritornare a casa.
Perché viaggiare significa partire ma anche tornare; se non c’è uno non ci può nemmeno essere l’altro. Perché viaggiare è un contorno della vita. È il suo sale. C’è chi ne usa tanto, chi poco, chi non lo usa per niente. Senza sale si può mangiare ma non si gusta nella sua totalità un piatto; come il sale cambia il sapore del cibo e lo fortifica per imprimerlo fino in fondo nella mente e nel cuore.
Quel viaggio poteva essere stato il mio ultimo e mi aveva completamente cambiata. Era stato inaspettato. Non programmato. Per molti aspetti il primo fatto in una certa maniera e forse, per questo, tanto importante.
Inconsapevolmente sentivo il bisogno di farlo, avevo avuto solo tanta paura di affrontarlo. Mi era occorsa una spinta per farlo. Una scusa per lasciarmi andare e sentirmi nuovamente me stessa.
Mi aveva cambiata, fatto scoprire nuove sfaccettature del mondo e, soprattutto, del mio carattere. Avevo scoperto di nuovo l’importanza della vita e la sua fragilità. Avevo imparato ad apprezzare le cose semplici della quotidianità e, soprattutto, l’amicizia.
Per gli interessati e chi volesse perdersi tra le pagine del romanzo, il link di Amazon per l’acquisto di Teacher.

