
TRATTO DAL CAPITOLO OTTAVO
Era stata svegliata da un rumore, ne era certa.
Memore della volta precedente, i suoi sensi si erano messi subito in allerta; questa volta però non era sola perché di fianco a lei c’era Archie.
Si rilassò subito.
Dopo un attimo si ricordò che la madre dormiva da loro di là nel salone; magari si era appena alzata per andare in bagno o prendere un bicchiere d’acqua.
Rassicurata, ritornò a sdraiarsi.
Mentre si abbassava per coricarsi nel letto, spostò lo sguardo verso la parete opposta della camera dov’era appeso lo specchio rettangolare; era stato fissato un po’ sporgente dal muro in modo tale che dal letto si potessero vedere l’altro angolo della stanza, l’armadio, il lettino e il suo comodino.
Fu un attimo. Una frazione di secondo. Un semplice colpo d’occhio che bastò a gelarle il sangue e fermarle di colpo il respiro.
Non riuscì a soffocare l’urlo che le si era formato in gola.
Archie si svegliò di colpo.
“Eryn! Che succede?”.
Ma lei non rispose.
Continuava a guardarsi intorno.
Dalle finestre filtrava una luce tenue, che si irradiava nel buio della camera, attenuando l’oscurità della notte.
Riusciva benissimo a distinguere forme e oggetti.
Non stava sognando.
Era sveglia.
Dallo specchio in fondo alla stanza, due piccoli occhi rossi luminosi la fissavano con uno sguardo attento e penetrante, quasi spettrale.
Un bambino, dritto in piedi dentro al lettino, la guardava con il braccio destro alzato e il dito indice puntato verso di lei. Muoveva velocemente le labbra, emettendo strani versi.
Sembrava posseduto.
Si sentì pervadere dal terrore quando realizzò a chi appartenevano quegli occhi e quel dito accusatore.
Erano di sua figlia Zena.
